12 giugno 2023

Per una fraternità possibile

Un mio testo dedicato a Biagio Conte, inserito nella Rassegna di Scritture 2023 dal titolo LA VITA, SEMPRE, promossa dall’Associazione Partecipalermo.

°   °   °   °   °

 Dov’è la disperazione
ch’io porti la speranza.
Francesco d’Assisi


Si vive la vita”, “ha tutto”. Così si usa dire di qualcuno a cui, almeno in apparenza, non manca nulla.
      Ma lui sapeva di non essere “vivo”. E quel che aveva lo lasciò, per cercare la sua vera vita. Lasciò persone e cose, andò via, si nascose, cercò, digiunò, pregò e qualcosa avvenne.
    Quando sogni e speri la Luce arriva, anche se accompagnata quasi sempre dalla Croce. «Per crucem ad Lucem». E allora prende forma l’Amore vero.

Si ritrovò col suo cane "Libertà" in quel di Assisi. Capì, accolse, accettò, ritornò a Palermo. E fu una nuova nascita. Una rinascita.
  Trent’anni vissuti per gli altri a combattere per la giustizia contro ogni forma di indifferenza, per stare accanto agli ultimi della terra, facendosi uno di loro, dando voce a chi non ha voce, a chi non ha nulla.
 Fu padre, fratello, amico di chiunque avesse bisogno.
  Carezzava le piaghe dei sofferenti con i suoi occhi di cielo e avvolgeva col suo benevolo silenzio e con il suo sorriso le ferite sanguinanti del corpo e dell’anima dei diseredati che incontrava sul suo cammino.
    La Stazione centrale fu la prima tappa. Pasti caldi, coperte e accoglienza.
    Poi la Missione di via Archirafi prese forma. E la sede femminile di via Garibaldi.
    Digiuni prolungati, eremitaggio ed estenuanti pellegrinaggi per dar corpo ai suoi sogni di umanità.
   Fu un combattente pacifico, ma col suo bastone parlante era capace di sferzare l’ignavia di tanti. Paziente e temerario.
   Per anni «voce nel deserto», spesso circondato dalla derisione o da una polemica incomprensione. Per molti, nient’altro che un visionario. Per altri un pazzo.
    Ma lui camminava instancabile con i suoi sandali impolverati per le strade di Palermo e del mondo per scuotere le coscienze addormentate.
    A piedi, camminava. Con la croce. Con i suoi occhi sorridenti, per difendere i diritti di ogni essere umano e la sua passione per la vita, per ogni forma di vita. La natura, gli animali, l’arte, la musica e l’umanità, in particolare quella sofferente, dove ritrovava il volto del suo Gesù.
    Con sguardo profondo e disarmante raccontava il Vangelo in modo credibile.
    Parlava col suo corpo: le sue mani toccavano membra ferite e insieme lavoravano per dare forma a “sogni” per migliorare la vita di molti, mentre i suoi piedi camminavano verso un Altrove. Ma non solo gesti né solo parole. Un sacro silenzio promanava dalla sua persona, costantemente immersa nella preghiera.
   Saio, Sandali, Sguardo, Sorriso, Sollecitudine. Straordinaria Semplicità della Speranza.
  Ed ecco che in fondo al budello dei Decollati prende forma un miracolo. Dopo innumerevoli incontri e scontri, in uno spazio abbandonato da decenni, nasce la Cittadella del Povero e della Speranza. Centinaia di persone oggi ci abitano e ci lavorano. Lì si respira la fraternità, unica declinazione della vita vera, perché «se ciascuno fa qualcosa insieme si può fare molto».
   Aveva fatto sue queste parole di Pino Puglisi, le aveva vissute, condivise e testimoniate. Chi lo incontrava sapeva bene che per lui non erano solo parole, ma il dinamismo della sua esistenza.
    Nonostante le difficoltà, gli ostacoli insormontabili e una sofferta solitudine lui fu – e lo sarà per sempre – un testimone e un seminatore di Speranza.
    A tutti lascia la responsabilità di essere più umani. Più accoglienti. Perché con la sua esistenza ha testimoniato quale sia il valore della vita, di ogni vita umana.
   Lui l’aveva compreso quanto fosse prezioso questo dono e per questo ha scelto di prendersi cura della vita di tanti.
    A bianchi o neri, uomini o donne, credenti e non, a persone senza futuro ha regalato la speranza di ritornare a vivere, e di vivere come fratelli.
    Mite e battagliero, realista e sognatore, testimone del primato della Vita, dell’Amore, di una fraternità possibile, lui…
    fratel Biagio.

                                                                                                            

Rassegna di Scritture pubblicata come ebook sfogliabile sulla pagina di Partecipalermo al seguente link:

* Per chi non fosse su Facebook, ecco il link diretto:


07 marzo 2023

UNA FINESTRA SULL'ANIMA

 


     L’opera di Bernanos si propone come una “finestra sull’anima”. Tutta la produzione dello scrittore, sia narrativa che saggistica, rivela l’urgenza di denunciare il pericolo di subire o, ancor peggio, di costruire una società sempre più senz’anima, dando forma a una vita vissuta nel vuoto dell’apparenza e intessuta di «impostura».
     Bernanos sperimenta un’insostenibile angoscia dinanzi alla mediocrità e alla menzogna che nascondono l’uomo a se stesso, causando relazioni inautentiche, poiché la non-pienezza/illusorietà del sé impedisce la nascita e ogni possibile crescita del “noi”.

 «Occorre affrettarsi a salvare l'uomo, perché domani non sarà più in grado di esserlo, per il fatto che non vorrà più essere salvato. Infatti se questa civiltà è folle, essa forma anche dei folli».

      Il grande pericolo sarà allora quello di rinunciare alla propria verità interiore, prostituendo la propria anima, fino a «liberarsi della libertà» per evitarne le responsabilità, fluendo in un anonimo vortice, dove tutto e il contrario di tutto sono possibili.
       Travolti da un ritmo vertiginoso, ci si lascia ricoprire da molte maschere, spesso ignorando la propria verità profonda.

 «Oggi non ci sono molti uomini liberi. Per esser un uomo libero non è sufficiente avere le abitudini e il gusto della libertà, come vorrebbero farci credere gli adulatori della democrazia. Quando prediligiamo le nostre libertà per i vantaggi, i benefici e il benessere che ne ricaviamo, non siamo affatto uomini liberi.

La libertà non è solo un bene di cui si gioisce, un capitale da cui si ricavano degli interessi, ma una realtà vivente che noi alimentiamo con la nostra sostanza, e che, animata da un principio spirituale la cui sorgente è la nostra anima, rischia ad ogni istante, come noi, con noi, la sua salvezza o la sua dannazione».  

 Spesso ci si illude di essere liberi e di poter raggiungere la felicità, dimenticando che felicità e verità non sono scindibili, pertanto se si misconosce l’anima delle cose e di sé, non potrà esserci quella «semplicità» dell’essere che Bernanos chiama «riconciliazione».

 
«Il mio combattimento ha avuto fine. Sono finalmente riconciliato con me stesso».

 Queste parole pronunciate dal protagonista del Diario di un curato di campagna poco prima della sua morte identificano l’itinerario spirituale del giovane prete. Il Diario, una fra le opere più conosciute di Bernanos, altro non è che la “storia di un’anima” (voluto questo riferimento a Thérèse de Lisieux, ispiratrice di Bernanos e iscritta nella prossima Biennale degli Anniversari Unesco ‒ 150º anniversario della nascita di Thérèse Martin, 2 gennaio 1873).

È la storia dell’anima del giovane curato di Ambricourt, parroco di una comunità «divorata dalla noia» che, nonostante le sue molte fragilità, sceglie ogni giorno di aiutare i suoi parrocchiani a guardarsi dentro e a tirar fuori il loro «segreto», per ritornare a vivere autenticamente.

Il curato, con umile e plenaria semplicità, non rinnega il buio in cui vive, accetta di abitare la sua «notte», ha paura, ma non indietreggia dinanzi al «muro nero». Non riuscendo neppure a pregare, sceglie di servirsi della scrittura per non perdere il contatto con la sua anima. Prende così forma il diario, «un quaderno da due soldi» dove trascrive la sua vita d’ogni giorno, pratica che si rivela come segno di una sfida a perseverare nella fede e nell’amore.

Nell’indimenticabile dialogo del curato con la contessa, si manifestano alcune significative declinazioni della “visione” di Bernanos sull’uomo. Spesso la parte più significativa della persona viene incapsulata in una piega dell’anima, imbozzolata da maschere e menzogne e quel «segreto» falsa ogni relazione. La contessa, ad esempio, appare a tutti come una donna forte, osservante i principi evangelici; la sua anima è invece lacerata nell’intimo a causa della morte del figlioletto, che l’ha condotta a rinnegare la sua fede in un Dio Amore.

«Infine eccovi faccia a faccia, Lui e voi!» esclama il curato rivolgendosi alla contessa. In questa scena fortemente drammatica, che costituisce la parte centrale del Diario, articolata da significative sfumature e profonde suggestioni e riflessioni, se la contessa è posta di fronte a se stessa, al suo segreto, alle sue relazioni con gli altri e con Dio, così il lettore, posto dinanzi alla narrazione e ai personaggi, si ritrova a guardare dentro di sé, ricercando il centro nell’intimità della sua anima, il punto di riconciliazione tra i suoi tanti “io”.

Il «faccia a faccia» è una tra le cifre più significative del tessuto narrativo bernanosiano. La dimensione relazionale, il dialogo tra le anime è un’esigenza irrinunciabile per chi vuol vivere da vero vivente. E così, nei suoi romanzi, lo scrittore dona forma alle varie possibili declinazioni del dialogo che, per essere autentico e liberante, deve costruirsi su un confronto sincero, semplice, trasparente, uno spazio/tempo in cui non c’è posto per i segreti inconfessati. Solo in una relazione autentica lo spirito si dilata, l’anima respira, l’invisibile può penetrare e alimentare il visibile.

 «Sì, io sono un demolitore di imposture». Subdola, la falsità s’insinua nelle pieghe più recondite della mente e del cuore delle persone e Bernanos sceglie di vivere la sua avventura umana e artistica impegnandosi a scavare nel cuore degli eventi e nel profondo dei suoi personaggi. Si pone come obiettivo di ricercarne l’anima, anche a costo di essere avviluppato dall’angoscia più angosciante, proponendo al suo lettore non una superficiale descrizione di situazioni e personaggi, e neppure una dettagliata analisi della loro psicologia, ma un’appassionata e ignota avventura alla ricerca della verità, quand’anche questa possa richiedere l’attraversamento delle tenebre più oscure.  

A proposito di Bernanos si è parlato di «realismo sovrannaturale». Riuscire a de-scrivere il «segreto dell’anima» sarà infatti, di libro in libro, con un rigore crescente, l’obiettivo della scrittura bernanosiana.

La Grande Paura dei ben-pensanti, il primo tra i suoi scritti polemici (1931), denuncia a più riprese quella paura che immobilizza l’anima di fronte al rischio del mistero, dell’imponderabile, del “sacro”, suscitando quello «scandalo della verità» (titolo di un volume pubblicato nel 1939) che mette in fuga borghesi perbenisti e preti accomodanti, ma è anche la paura che fa chiudere gli occhi di fronte allo sfacelo della «civiltà degli automi» e a ogni falsa democrazia (La Francia contro i robots, volume pubblicato nel 1947).

 L’ossessione della menzogna è un tema onnipresente nella produzione bernanosiana, poiché considerata dallo scrittore il cancro dell’anima, una malefica energia capace di rendere sterile ogni dinamismo interiore. L’impostura è il titolo di uno dei suoi romanzi, che ha come protagonista un prete che scrive di mistici e santi, di carità e sacro, ma lo fa da “tecnico”, da raffinato intellettuale animato solo dall’orgoglio. La sua è una scrittura senz’anima.

L’abate Cénabre unisce in sé i due personaggi privilegiati da Bernanos, ossia il prete e lo scrittore, che, in modi diversi, hanno a che fare con la cura delle anime. E che siano i suoi personaggi preferiti è evidenziato proprio dall’ossessione sperimentata da Bernanos nei confronti della figura del falso prete e del falso scrittore. Vivendo senz’amore il loro prezioso ruolo non potranno che causare drammatiche ricadute proprio nell’anima di coloro di cui dovrebbero prendersi cura.

Cénabre sa di non vivere più la fede, ma si rifiuta di rivelare la sua verità. Continua a documentarsi con inappuntabile rigore storico e a scrivere testi apprezzati, ma è come se scrivesse della carità senza amore, dando così consistenza al suo “segreto”, al suo inconfessato peccato.

 

«Non è né bene, né sicuro considerarsi completamente al riparo, nel proprio sacco di pelle, dalle avventure dell'anima».

 A volte si preferisce fingere pur di non riconoscere le proprie debolezze, ma  in questo modo, subdolamente, le colpe e i rimorsi assumono «una consistenza e un peso carnale», soffocando ogni respiro dell’anima.

 
«Si preferisce quel genere di sofferenza oscura alla necessità di arrossire davanti a se stessi, ma, cosi facendo, avete immesso il peccato nel pieno della vostra carne, e il mostro non muore perché ha una duplice natura. S'impingua meravigliosamente del vostro sangue, ne approfitterà come un cancro, tenace, assiduo, lasciandovi vivere a vostro talento, muovere liberamente, sanissimo di aspetto, soltanto inquieto. Continuerete così sempre più scisso segretamente dagli altri e da voi stesso, con l’anima e il corpo disgiunti in un divorzio essenziale, in quel mezzo torpore che d'un tratto dissiperà il rombo dell'angoscia: dell'angoscia, forma odiosa e corporea del rimorso. Vi desterete nella disperazione che nessun pentimento può redimere, perché in quello stesso attimo la vostra anima muore».

Il cammino dell’amore conduce alla trasparenza dell’anima e alla riconciliazione interiore, mentre la scelta dell’impostura conduce al «gelo» interiore, all’«inferno», che Bernanos identifica con l’incapacità di condividere e di amare: «L’inferno è non amare più».
      Già, l’inferno non sono gli altri, ma siamo noi, quando nella parte vitale del nostro essere lasciamo atrofizzare i muscoli dell’anima, dimenticando la vocazione universale e vitale all’Amore.

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* Articolo pubblicato su Luoghi dell'Infinito Avvenire, gennaio 2023.

 

17 gennaio 2023

OCCHI DI CIELO

 

16 gennaio 2023, una giornata fortemente significativa per la città di Palermo, una giornata che ne rivela la sua identità più profonda, ossia quella di essere la città degli estremi:
- al mattino, dopo 30 anni di latitanza, viene arrestato un uomo che ha seminato terrore, violenza e morte: al momento dell'arresto, intorno a lui, volti occultati da cappucci neri, pistole e un clima di paura e odio;
- di sera, una folla straripante,
con cuore e volto riconoscenti, accompagna dalla Cittadella del Povero - da lui sognata e realizzata - alla Cattedrale, un altro uomo che da 30 anni ha dedicato la sua vita ai diseredati e agli emarginati di questa città, donando pane, accoglienza e vita, e creando nella nostra Palermo, con la sua sapienza lungimirante e le sue mani nude, dei luoghi di speranza e di autentica umanità.

Sì, in modo forte e inconfutabile, direi inquietante, il 16 gennaio, nell'arco di una giornata, i due volti estremi della nostra Palermo, contraddittori, erano entrambi presenti...
Ma il fiume di persone che ieri sera ha accompagnato fratel Biagio è conferma che l'amore, quello vero, vince tutto.
Nonostante le testate giornalistiche e televisive abbiano preferito dare la scena a persone e cose che intrecciano le fila del male e della violenza, i partecipanti al corteo erano tutti accanto a fratel Biagio per dire ciascuno il proprio grazie, perché tutti, in modo diverso, abbiamo ricevuto qualcosa da quest'uomo che non aveva nulla tra le mani se non la sua fede e il suo sguardo/sorriso accogliente, benevolo e stracolmo di Luce..

Grazie fratello Biagio, perché ci hai dimostrato che per dare non bisogna "avere" delle cose, non è necessario essere potenti, conta soltanto essere umili e amare la giustizia, vivere la fede con la sapiente consapevolezza che siamo tutti fratelli.
Ieri sera, con te in processione verso la Cattedrale, gente di ogni estrazione sociale, di ogni età, etnia, colore e religione, a cui tu continui e continuerai a dire: «Coraggio! Coraggio e Pace! Ciascuno faccia la sua parte».

Il mio grazie, fratello Biagio, per avere vissuto pienamente la tua vocazione e avere incarnato con passione e responsabilità gioiosa e coraggiosa quei valori in cui credo: fede, speranza, carità, fratellanza, partecipazione, azione concreta nella comunità in cui si vive.

Veglia sulla nostra Palermo 🙏

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* Non inserivo un articolo sul blog da molto tempo. La pioggia di grazia ricevuta durante la fioccolata mi ha risvegliato...
* Foto da me scattata il 20 dicembre 2014, in occasione di "Una coperta per Biagio", una iniziativa organizzata da Partecipalermo a favore della Missione Speranza e Carità.

 

16 febbraio 2022

LA POESIA SERVE DISPERATAMENTE


 La parola poetica *


In un contesto sociale radicato sulla prevaricazione, sulla produzione e sul potere occorre tentare tutti i percorsi possibili per risvegliare il ruolo primario della creatività, della gratuità e del ruolo insostituibile delle relazioni vissute in modo umano. In una società che, oltre che soddisfare, pretende di anticipare ogni bisogno e d’imporre le molte sfumature della paura e dell’odio, occorre proporre un cibo che aumenti la fame di “essere”, la sete di giustizia e di bellezza, l’urgenza di parole che non spieghino nulla, ma che di-spieghino le ali dell’anima.

Guardate le persone correre affaccendate, nelle strade. Non guardano né a destra né a sinistra, Con aria preoccupata, gli occhi fissi a terra, come cani. Filano dritte, ma senza guardare davanti ad esse, infatti fanno il percorso, già conosciuto, in modo meccanico. In tutte le grandi città del mondo è la stessa cosa.

L'uomo moderno, universale, è l'uomo frettoloso, che non ha tempo, l'uomo prigioniero della necessità. L'uomo moderno non capisce che una cosa possa non essere utile; non capisce neppure che, in fondo, è l'utile che può essere un peso inutile. Se non si capisce l'utilità dell'inutilità, l'inutilità dell'utile, non si capisce l'arte; e un paese in cui non si capisce l'arte è un paese di schiavi o di robot, un paese di infelici, di gente che non ride né sorride, un paese senza spirito.
Eugène Ionesco

 Utilità intesa come vantaggio materiale, inutilità come gratuità.

In tale prospettiva, la poesia è inutile. Ma, proprio perché inutile  occorre impegnarsi a credere e a far credere che proprio oggi c’è urgenza di poesia, per non lasciarsi soffocare dalla ferocia e trovare l'energia per restare umani e condividere il sogno di una fraternità possibile.

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Il termine “poesia” deriva dal greco poieïn (= fare, creare). Il campo semantico è ampio e include sia il generare che il fabbricare un oggetto. Dunque poesia e azione sono intimamente connessi, ma si tratta di un fare speciale: un fare, un agire per tradurre, per dar forma nuova all’essere. Un esserci, guardando con occhi nuovi e parlando parole parlanti.

La poesia incarna, infatti, un’esperienza, una visione, una relazione.

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Inizio di una riflessione sulla "parola poetica", tratta dal mio volume La cura delle parole, ed. Plumelia 2021.

* Foto scattata nell’ottobre 2018 a vicolo Ragusi, traversa di via Vittorio Emanuele. Sul muro, incollato sopra un manifesto pubblicitario scolorito, un foglio vuoto con quattro parole capaci di dire più di molti discorsi.

18 agosto 2020

L’albero della speranza e una rosa

Ogni realtà ha una sua storia. Se la conosciamo, quell'oggetto, quell'evento, quella persona acquisisce spessore, risplende di una bellezza che altri non possono scorgere. Così è di questo piccolo albero di nessun pregio estetico, ma la cui storia è talmente intensa da renderlo qualcosa di speciale. Di questa storia ho già scritto nel mio blog, di cui allego il link*, ma oggi la storia si è arricchita di una seconda parte, che voglio condividere oggi, in questo tempo senza tempo… pare sia trascorsa già una settimana dalla nuova “nascita” di Michele.

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Da quando avevo sei anni, trascorro i mesi estivi in una zona ad una ventina di minuti minuti da Palermo. Il luogo, a circa 600 metri di altezza, è chiamato San Martino delle Scale. Sessant’anni fa sembrava un presepio permanente. Dalla conca collinare in cui giace la borgata, andando su per quasi quattro chilometri, si giunge ad un’altezza di circa 800 metri, dove, negli anni ‘50 è stato creato il “Villaggio Montano”. Lì trascorro buona parte dell’estate da oltre sessant’anni.  La bellezza del luogo è tale che, chi come me è legato a questo spazio, continua a scegliere di trascorrervi il periodo estivo nonostante l’assenza totale di servizi. E oltre i disservizi c’è lo scempio annuale a cui siamo costretti ad assistere una o due volte ogni estate. Luglio o agosto, un po’ qui e un po’ lì, qualche brandello di pineta, ancora miracolosamente sopravvissuta, viene ridotta in cenere in pochi minuti. Forme, suoni e colori svaniscono. Si ripete un copione drammatico.

E con singolare violenza, avvenne anche il 17 agosto 1994. Verso le 22, la notte divenne “infuocata“. Il cielo in pochi istanti si trasformò in un’immensa fornace. Il fuoco era stato appiccato in più punti e, a causa delle raffiche di vento, era impossibile controllare le fiamme. Terrore e rabbia soffiavano più violenti dello scirocco. Qualcuno pregava.

Questo lo scenario su cui prende forma “la storia dell’albero”. 

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L’anno seguente all’incendio descritto, un pomeriggio, mio figlio Francesco mi dice: «Mamma, guarda sopra la montagna». Di fronte casa mia si stende armoniosamente una stupenda collina, nella mia infanzia favoloso mare verde ondeggiato dal vento, di cui oggi non rimane che il riverbero nella mia sbrindellata memoria. Nessuna traccia di quel che fu un bosco, all’infuori dei sentieri che prima s’inoltravano tra funghi e ciclamini, adesso solo pietraia luccicante al sole. Anche quella montagna è stata denudata e rudemente violentata. Neppure un albero sulla collina che, in passato, era stata una delle più lussureggianti pinete del Villaggio. Sassi e pietre nel mio sguardo.

 ‒ Mamma, guarda sopra la montagna, sulla cima. Non vedi niente?
In effetti non scorgevo che un’esile sagoma simile a un paletto da recinzione, che non avevo mai notato.
          ‒ Perché, Francesco, cosa c’è?

Secondo il suo stile essenziale, mio figlio sintetizza: «Sono salito con Roberto e Gabriele, la carriola, la terra, la zappa e un cipressino nato in zona. L’abbiamo trapiantato là».

 Sulla cresta di quella collina, schiaffeggiato dal vento, l’albero-paletto appariva inerme e poco fortunato. Sarebbe potuto crescere altrove, sprofondando le radici nella terra, rinforzando ed allungando il suo tronco, regalando al sole rami e gemme. Ma non sarebbe stato che un albero fra gli alberi.
       Lì, sulla cima, quel piccolo cipresso è diventato per molti un segno di rinascita. Una voglia e un’urgenza visibile di affermare che la vita è più forte di ogni violenza e che vale la pena tentare, resistere, fare delle “follie”, anche quando tutti ti dicono che “tanto non serve a niente”.
       Gli incendi continuano infatti a cadenzare le nostre estati, ma quell’albero è lì. Ha segnato un percorso. Amici che d’estate vanno e vengono da casa nostra sono saliti sulla montagna per portare il loro contributo d’acqua. Ognuno con la sua bottiglia o bidoncino colmo fino all’orlo e la gioia di collaborare per far crescere la pianta: “Voglio salire anch’io”. Giovani e anziani in montagna, lungo un sentiero abbastanza semplice all’inizio, ma che poi si conclude ai piedi di una pietraia. All’inizio della scalata finale non è più visibile e ci si continua ad arrampicare solo nella certezza che l’alberello è lì.

Certo non cresce rigoglioso l’albero e non lo sarà mai data la postazione, ma il suo compito non è di fare ombra ma di elevare, nel centro del cielo, una parola di speranza, sfida alla dilaniante potenza del male, sussurro lieve di una energia vitale mai del tutto eliminata, nota di tenerezza in un contesto violento. Lì, sulla cima. Traccia da sventolare dall’alto. Allora come oggi.

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Nei giorni scorsi, il nostro albero ha ricevuto nuova linfa. Un'altra storia si è intrecciata con la precedente e una rosa carezza adesso le radici del piccolo cipresso.
     Alle 7 del mattino di mercoledì 12, giorno del funerale di Michele, vedo Francesco, Gabriele e Laura con le scarpe da tennis. Li interrogo con lo sguardo.
      ‒ Mamma, saliamo all'albero...

Mi commuovo nel profondo. Una sublime preghiera sta per essere celebrata sulla vetta della nostra montagna.
     Il giorno prima, dal balcone della sua stanza aperto verso il cielo, Michele, con gli occhi dell'anima, poteva guardare la vetta di fronte a lui e scorgere l'alberello.
      ‒ Franci, porta su una rosa...

Inizia la salita. Con Francesco, Gabriele e Laura, col cuore saliamo tutti: le nostre famiglie Bertolino, La Barbera, Bettonica, Cusimano, i tanti amici... per piantare in alto, ancora una volta, la parola della speranza. 

Ora l'albero non è più solo. Insieme con la rosa, carezza il cielo. 

 

* Il link del testo completo, elaborato nel 1998, da cui ho tratto alcuni stralci.
https://mariantoniettalb.blogspot.com/2018/08/lalbero-della-speranza.html