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09 luglio 2026

L'ATTENZIONE NON PUÒ ELIMINARE L'IRREVERSIBILE


Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati.

Matteo 10,30

 

 



​   Esiste una presunzione sottile che subdolamente potrebbe infiltrarsi nelle fessure dell'anima delle persone che s'impegnano ad essere attente e precise: l'illusoria presunzione che l'accuratezza estrema possa evitare gli errori e realizzare compiutamente i progetti.

​  Ma la vita, talvolta, s'incarica di frantumare questa certezza attraverso un paradosso molto doloroso: compiere un danno irreparabile non per distrazione, ma per un eccesso di cura. Voler correggere un dttaglio minimo, magari non essenziale, e ritrovarsi a causare un danno ben più serio, divenendo così responsabili di una situazione irrisolvibile.

  ​Sperimentare l'impotenza a ricucire i frantumi, provare insieme mortificazione e incredulità davanti a qualcosa su cui non si può più intervenire è un'esperienza che sconquassa nell'intimo. Si sa in coscienza di aver agito con dedizione, eppure il risultato è disastroso. È qui che il rapporto tra la nostra attenzione e l'ineluttabile si rivela in tutta la sua knelt-complessità.

​Il limite del controllo e l'inganno della perfezione.

​  Ci sono eventi tragici che subiamo e che non dipendono da noi, come la malattia o la perdita delle persone care; ma ci sono anche "disastri" di cui siamo noi stessi, involontariamente, la causa. La tentazione, in questi casi, è quella di giudicarsi negativamente per aver comunque sbagliato, ma subentra altresì un logorante dubbio sull'esser stati eccessivi nella cura del dettaglio perfetto.

​  Il versetto evangelico succitato, che ricorda come persino i capelli del nostro capo siano contati, invita a ridimensionarci in modo autentico. Se tutto è già custodito in un disegno più grande, è forse da esaminare la nostra pretesa di controllare ogni millimetro del reale. Non abbiamo il potere di dominare il risultato positivo di ogni nostra azione.

​  L'attenzione è un dovere umano e una forma di giustizia verso gli altri, ma non deve mai scantonare nell'ossessiva pretesa di eliminare l'imprevisto o l'irrisolvibile.

​L'arte di accogliere l'irreversibile.

​  Come si armonizzano, allora, la tensione verso il giusto e l'accettazione del fallimento? La risposta sta nella capacità di accogliere anche ciò che abbiamo rovinato, nostro malgrado. Essere in pace con se stessi non significa essere infallibili, ma saper fare spazio alla nostra fragilità.

​  Quando il danno è compiuto e la situazione diventa irrisolvibile, l'unica vera libertà rimasta è quella di accettare il limite e esaminare la propria coscienza sotto lo sguardo di un Dio che è Misericordia. Sapere nell'intimo che il "pasticcio" è avvenuto, che seppur inconsapevolmente ne siamo la causa, ma che per ciò che è accaduto non siamo giudicati negativamente.

​  Solo accogliendo ciò che è così com'è e cercando di far tesoro di quella dolorosa esperienza, sarà possibile ritrovare quella saggia pace interiore che non pretende di essere perfetta, ma semplicemente umana, perché carezzata dallo sguardo divino.

  Come non ricordare le ultime e indimenticabili parole del Curato di Ambricourt, nel Diario di un curato di campagna di Georges Bernanos: 
«Il mio combattimento ha avuto fine. Sono riconciliato con me stesso

  Parole da leggere e meditare. Parole da manducare e vivere.

​– Neppure una presunta perfetta precisione può garantirci l'infallibilità. La vera saggezza inizia dove finisce la nostra pretesa di controllare il reale.

06 luglio 2026

IL RUOLO DEI DETTAGLI



– Senza dettagli non c'è un insieme: la diversità è l'anima dell'originalità.

Se si ignorano i dettagli, non si riesce più ad avere consapevolezza dell'insieme non se ne avverte la nostalgia, non se ne assapora il senso.
Oggi la maggior parte delle persone sembra aver smarrito la capacità di posare lo sguardo su ciò che esiste al di fuori del proprio "io".
Tutti concentrati sugli schermi del cellulare, nessuno guarda fuori. Nessuno porta lo sguardo fuori dal finestrino durante una gita né si accorge di una timida lumaca che dopo la pioggia si muove lentamente sul gradino, né del fiore che scatena i suoi colori per la durata di un sol giorno.
Questa incapacità di scoprire e di contemplare ciò che è piccolo e apparentemente inutile non è una semplice distrazione, ma una drammatica perdita di contatto con la realtà.
Se non si è capaci di scorgere il dettaglio, diventa impossibile intrecciare i legami segreti tra gli innumerevoli frammenti che costituiscono il reale. E non c'è insieme senza dettagli.

​La trappola dell'omologazione artificiale
​Oggi tutto rischia di essere omologato a sequenze di immagini preconfezionate da un'intelligenza artificiale che altro non fa che  riunire dati in risposta ad un comando. Ma la creatività e l'arte sono  ben altro.
L'arte è armonia profonda tra l’essere umano e le sue possibili innumerevoli relazioni con ciò  che esiste fuori di lui.
​Davanti a un display si rimane invece spettatori, illudendosi di creare solo perché si è pressato un pulsante, permettendo ad in algoritmo di "comporre" per noi, mettendo insieme anonimi dati.
Creare, invece, significa fare la fatica di scovare il particolare, di coglierlo nella sua unicità e di personalizzarlo, collegarlo con altri particolari, finché quel frammento non diventi "una cosa nuova".
L'intelligenza artificiale può accumulare dati, proporre soluzioni, ma non può farci pregustare lo stupore dell'avventura creativa.
​Il varco della libertà: oltre la rete dell'omologazione
​Quanta bellezza e verità nel celebre invito di Eugenio Montale: “Cerca una maglia rotta nella rete che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!”.
Oggi si vive immersi in un contesto che induce, condiziona e quasi costringe all'omologazione, rendendo tutto apparentemente facile e piacevole. Non ci si rende conto di quanto ci si lasci svuotare della propria identità, assumendo comportamenti insulsi e, talvolta, disumani.
​Tuttavia, poiché la caratteristica più intima e sacra dell'essere umano è la libertà, dobbiamo sempre credere che a ciascuno sia possibile intraprendere una nuova strada, attraversare una soglia, salpare verso un nuovo orizzonte.
Sì, occorre sempre sperare che è possibile uscire fuori dalla rete che imprigiona e riprovare quel sussulto che fa sentire liberi e autentici.
L'attenzione al dettaglio, forse, è proprio trovare quella maglia rotta nella rete del conformismo e dell'abitudinarietà e scegliere di liberarsi da tutte quelle pelli morte che si stratificano sulla nostra anima.
​Il collegamento unico che ci rende creatori
​Chi coltiva la propria vita interiore e non si lascia intasare dall'insulsaggine e dalla ripetitività sa trovare il filo che congiunge il volo di una farfalla bianca con la frescura di un sorso d'acqua con zenzero e limone.
Quel collegamento può farlo solo chi si è  accorto della danza della farfalla e ha assaporato la fresca bevanda che non conosceva.
​Recuperando la fragile pazienza del dettaglio e il coraggio di andare oltre il "déjà  vu", potremo collaborare a rendere vivo il mondo, praticando il nostro originario ruolo di custodi della bellezza.
"Senza la cura del dettaglio, il mondo diventa un'immagine sfocata e l'insieme rimane muto."






18 agosto 2020

L’albero della speranza e una rosa

Ogni realtà ha una sua storia. Se la conosciamo, quell'oggetto, quell'evento, quella persona acquisisce spessore, risplende di una bellezza che altri non possono scorgere. Così è di questo piccolo albero di nessun pregio estetico, ma la cui storia è talmente intensa da renderlo qualcosa di speciale. Di questa storia ho già scritto nel mio blog, di cui allego il link*, ma oggi la storia si è arricchita di una seconda parte, che voglio condividere oggi, in questo tempo senza tempo… pare sia trascorsa già una settimana dalla nuova “nascita” di Michele.

 °  °  °

Da quando avevo sei anni, trascorro i mesi estivi in una zona ad una ventina di minuti minuti da Palermo. Il luogo, a circa 600 metri di altezza, è chiamato San Martino delle Scale. Sessant’anni fa sembrava un presepio permanente. Dalla conca collinare in cui giace la borgata, andando su per quasi quattro chilometri, si giunge ad un’altezza di circa 800 metri, dove, negli anni ‘50 è stato creato il “Villaggio Montano”. Lì trascorro buona parte dell’estate da oltre sessant’anni.  La bellezza del luogo è tale che, chi come me è legato a questo spazio, continua a scegliere di trascorrervi il periodo estivo nonostante l’assenza totale di servizi. E oltre i disservizi c’è lo scempio annuale a cui siamo costretti ad assistere una o due volte ogni estate. Luglio o agosto, un po’ qui e un po’ lì, qualche brandello di pineta, ancora miracolosamente sopravvissuta, viene ridotta in cenere in pochi minuti. Forme, suoni e colori svaniscono. Si ripete un copione drammatico.

E con singolare violenza, avvenne anche il 17 agosto 1994. Verso le 22, la notte divenne “infuocata“. Il cielo in pochi istanti si trasformò in un’immensa fornace. Il fuoco era stato appiccato in più punti e, a causa delle raffiche di vento, era impossibile controllare le fiamme. Terrore e rabbia soffiavano più violenti dello scirocco. Qualcuno pregava.

Questo lo scenario su cui prende forma “la storia dell’albero”. 

 °     °     °

L’anno seguente all’incendio descritto, un pomeriggio, mio figlio Francesco mi dice: «Mamma, guarda sopra la montagna». Di fronte casa mia si stende armoniosamente una stupenda collina, nella mia infanzia favoloso mare verde ondeggiato dal vento, di cui oggi non rimane che il riverbero nella mia sbrindellata memoria. Nessuna traccia di quel che fu un bosco, all’infuori dei sentieri che prima s’inoltravano tra funghi e ciclamini, adesso solo pietraia luccicante al sole. Anche quella montagna è stata denudata e rudemente violentata. Neppure un albero sulla collina che, in passato, era stata una delle più lussureggianti pinete del Villaggio. Sassi e pietre nel mio sguardo.

 ‒ Mamma, guarda sopra la montagna, sulla cima. Non vedi niente?
In effetti non scorgevo che un’esile sagoma simile a un paletto da recinzione, che non avevo mai notato.
          ‒ Perché, Francesco, cosa c’è?

Secondo il suo stile essenziale, mio figlio sintetizza: «Sono salito con Roberto e Gabriele, la carriola, la terra, la zappa e un cipressino nato in zona. L’abbiamo trapiantato là».

 Sulla cresta di quella collina, schiaffeggiato dal vento, l’albero-paletto appariva inerme e poco fortunato. Sarebbe potuto crescere altrove, sprofondando le radici nella terra, rinforzando ed allungando il suo tronco, regalando al sole rami e gemme. Ma non sarebbe stato che un albero fra gli alberi.
       Lì, sulla cima, quel piccolo cipresso è diventato per molti un segno di rinascita. Una voglia e un’urgenza visibile di affermare che la vita è più forte di ogni violenza e che vale la pena tentare, resistere, fare delle “follie”, anche quando tutti ti dicono che “tanto non serve a niente”.
       Gli incendi continuano infatti a cadenzare le nostre estati, ma quell’albero è lì. Ha segnato un percorso. Amici che d’estate vanno e vengono da casa nostra sono saliti sulla montagna per portare il loro contributo d’acqua. Ognuno con la sua bottiglia o bidoncino colmo fino all’orlo e la gioia di collaborare per far crescere la pianta: “Voglio salire anch’io”. Giovani e anziani in montagna, lungo un sentiero abbastanza semplice all’inizio, ma che poi si conclude ai piedi di una pietraia. All’inizio della scalata finale non è più visibile e ci si continua ad arrampicare solo nella certezza che l’alberello è lì.

Certo non cresce rigoglioso l’albero e non lo sarà mai data la postazione, ma il suo compito non è di fare ombra ma di elevare, nel centro del cielo, una parola di speranza, sfida alla dilaniante potenza del male, sussurro lieve di una energia vitale mai del tutto eliminata, nota di tenerezza in un contesto violento. Lì, sulla cima. Traccia da sventolare dall’alto. Allora come oggi.

  °   °   °

Nei giorni scorsi, il nostro albero ha ricevuto nuova linfa. Un'altra storia si è intrecciata con la precedente e una rosa carezza adesso le radici del piccolo cipresso.
     Alle 7 del mattino di mercoledì 12, giorno del funerale di Michele, vedo Francesco, Gabriele e Laura con le scarpe da tennis. Li interrogo con lo sguardo.
      ‒ Mamma, saliamo all'albero...

Mi commuovo nel profondo. Una sublime preghiera sta per essere celebrata sulla vetta della nostra montagna.
     Il giorno prima, dal balcone della sua stanza aperto verso il cielo, Michele, con gli occhi dell'anima, poteva guardare la vetta di fronte a lui e scorgere l'alberello.
      ‒ Franci, porta su una rosa...

Inizia la salita. Con Francesco, Gabriele e Laura, col cuore saliamo tutti: le nostre famiglie Bertolino, La Barbera, Bettonica, Cusimano, i tanti amici... per piantare in alto, ancora una volta, la parola della speranza. 

Ora l'albero non è più solo. Insieme con la rosa, carezza il cielo. 

 

* Il link del testo completo, elaborato nel 1998, da cui ho tratto alcuni stralci.
https://mariantoniettalb.blogspot.com/2018/08/lalbero-della-speranza.html

 



 

02 settembre 2019

Attenzione all'ATTENZIONE!


La persona è un essere relazionale, chiamato al dialogo.
Tutta la vita dovrebbe essere un cammino di crescita nel dialogo: a) con se stessi: consapevolezza del percorso esistenziale da vivere; b) con gli altri: rapporti di condivisione, di collaborazione, di amicizia; c) col mondo: capacità di saper vedere, di saper contemplare, di saper costruire spazi più umani; d) con Dio: preghiera e vita spirituale.
Solo approfondendo la dimensione dialogica si va arricchendo la vita interiore. L’esigenza di rapporti profondi, autentici non è pertanto un passatempo per estroversi, ma dovrebbe costituire lo stile specifico di ogni persona che sceglie di vivere umanamente..
Spesso invece si stabiliscono relazioni solo in funzione delle cose da fare e, esauritasi la motivazione che ha determinato il cosiddetto incontro, tutto evapora in un inspiegabile e mortifero nulla.
Ma un vero incontro è un evento, e ogni evento è una nascita, una nuova vita che deve dar vita ad altra vita.
C’è pertanto da chiedersi perché questo non avviene, o almeno non avviene che raramente.
Di questo immenso campo di indagine mi soffermerò sul ruolo dell’attenzione, che ritengo essenziale alla nascita e al consolidamento del dialogo nelle sue svariate forme.

Il contesto in cui viviamo, strutturato sulla fretta e sulla conseguente agitazione e superficialità, lo stile egocentrico per cui l’io agisce volto unicamente ad imporsi a costo di tutto, rischia di trasformare il nostro vivere sociale in uno stato di aggressione continuata, in cui spesso le migliori energie vengono disperse non tanto nel “fare Novità e Speranza”, quanto nel difendersi da tutte le forme di prevaricazione in una società in cui mantenersi interiormente liberi è già un’impresa titanica.
Tale abitudine allo scontro quotidiano fa sì che non vi sia più tempo per l’incontro vero e, quand'anche si realizzasse, è davvero raro che ci si impegni per alimentarlo adeguatamente perché porti il suo frutto d’amore e di vita.
Causa e segno esteriore di quanto accennato è la disattenzione, la trascuratezza con cui si gestiscono le conoscenze, a meno che non si tratti di persone da cui si deve ricavare qualcosa...!
Ecco allora il richiamo: Attenzione all'attenzione!

Tutti abbiamo bisogno di avere dei riscontri. Abbiamo bisogno di sapere che cosa ciò che si è detto o fatto abbia prodotto nell'altro, non certo per ricercare gratificazioni, ma per quella sana esigenza di essere guidati, corretti, aiutati a vedere ciò che da soli non si può talvolta neppure intuire.
E invece è rarissimo che qualcuno ti si faccia incontro per farti sapere quel che la tua parola, il tuo silenzio, il tuo modo di essere ha suscitato in lui. Se questo avviene, è quasi sempre solo per farti notare che hai sbagliato, che hai detto/fatto un’insensatezza, ma quasi mai per sollecitarti, sostenerti, consigliarti perché tu sappia sempre più adeguatamente sviluppare e condividere le tue capacità.
Eppure nessuno è in grado di conoscere se stesso senza l’altro.

Occorre aver chiaro che una risonanza autenticamente libera è proporzionata allo spessore interiore.
Ecco allora la drammatica constatazione: l’assenza di una vita interiore fa sì che l’altro, la sua parola, il suo amore non suscitino nulla in me, perché io mi trovo accartocciato sul mio io e dunque mi comporto come se niente e nessuno possa interessarmi, penetrarmi, arricchirmi.
L’insignificanza interiore, con la pretesa autosufficienza che ne deriva, comporta pertanto la trascuratezza, l’indifferenza, quel grigio sentire che crea intorno un clima irrespirabile che soffoca ogni germe di vera vita, ovvero la costante fibrillazione per le mille cose da fare, che altro non sono che una squallida traduzione dell'individualistico bisogno di apparire.
Ma dovrebbe forse esserci qualcosa di più urgente che gustare e alimentari i valori autenticamente umani?
Nessuno ha il diritto di ”consumare” la vita, di spegnere l’amore. Quando ad una parola d’amore rispondiamo col mutismo, quando non sappiamo apprezzare il dono che l’altro ci fa di sé, quando invece che far fruttificare un gesto, una parola, un progetto rendiamo sterile quel che riceviamo, bruciamo con la nostra invidia, superbia, arroganza un bocciolo di vita: in modo non appariscente, ma non per questo meno violento, diveniamo protagonisti della “cultura dell’odio e della morte”.
La mancanza di attenzione amorosa, di gioiosa accoglienza di ciò che l’altro è, di entusiasmo per ciò che potrebbe essere, anche con il nostro aiuto, è un atto di carità abortito, è un frammento di vita consumato per sempre.
Ogni uomo ha bisogno dell’amore per vivere e non c’è nulla di prioritario rispetto al dare amore, al fare speranza, a dare fiducia a chi ci sta accanto.
Saper dire grazie a chi ci ha fatto del bene, saper riconoscere la gioia che ci è stata regalata, saper essere propositivi in relazione ad un consiglio che ci è stato richiesto o a un dubbio che ci è stato sottoposto: tutto questo è attenzione.
Saper prevenire il bisogno che ha l’altro di sapere se ciò che ha fatto-detto è stato positivo, saper correggere, saper suggerire è attenzione.
Saper aiutare l’altro a conoscersi, a crescere, sapersi stupire e gioire delle altrui bellezze e capacità è attenzione.
Lo sguardo empatico conosce, la parola d’incoraggiamento promuove le potenzialità di ciascuno. Un segno di attenzione amorosa equivale a fare speranza, perché sollecita l’altro ad essere e ad essere di più.
E allora, attenzione all’attenzione!
Se vogliamo essere persone viventi, esseri capaci di relazioni feconde, scegliamo uno stile di vita in cui l’attenzione a tutto/i guidi sempre più la mente, il cuore, le mani. Corrispondiamo generosamente a quanto ci viene offerto, perché lo scambio fecondo produca fiori di vita inattesi ma sempre possibili.

* il testo è alquanto datato; scritto non ricordo quando, è stato pubblicato in Fascino di essere, ed. Paoline 1998.

17 agosto 2019

L'albero della speranza


       

Ogni realtà ha una sua storia. Se la conosciamo, quell'oggetto, quell'evento, quella persona acquisisce spessore, risplende di una bellezza che altri non possono scorgere. Così è di quest’alberello di nessun pregio estetico, ma la cui storia è talmente intensa da renderlo, per chi lo “conosce”, qualcosa di speciale.


°    °     °

Da quando avevo sei anni, trascorro i mesi estivi in una zona a venti minuti da Palermo, la mia città. Il luogo, a circa 600 metri di altezza, è chiamato San Martino delle Scale.

Cinquant’anni fa sembrava un presepio permanente, poche case, un lavatoio, enormi cespugli di more, qualche albero da frutta e pini. Stupendi, maestosi pini e abeti, di differenti specie, rendevano il paesaggio davvero riposante e l’aria fortemente ossigenata. A poche centinaia di metri dal gregge di case, un’abbazia benedettina medioevale, nei secoli centro di cultura e di vita per la borgata. Sulla sinistra della piazza una stradina s’inerpicava più in alto. Dalla conca collinare in cui giaceva il paesino, andando su per quasi quattro chilometri, si giungeva ad un’altezza di circa 800 metri, dove sarebbe sorto il “Villaggio Montano”, la parte elevata di San Martino. Boschi di conifere, conigli, farfalle variopinte e splendidi ciclamini costituivano la scenografia che per decenni ha rallegrato il mio sguardo, posato oltre che sulla flora e sulla fauna anche sullo splendido golfo di Palermo, semiarco azzurroblu abbracciato dalle montagne verdeggianti. Nessun rumore al di fuori del belare delle pecore e del muggito delle vacche, modulato sul suono dei campanacci. E un ininterrotto concerto di cicale, ritmato da armoniosi voli chiacchierini.

Bambina, non sapevo, non capivo il valore degli alberi, di ogni albero. Mi sembrava normale tutto quel verde, maestoso e così a portata di tutti, capace di creare spazi di rifugio, di sosta, di giochi profumati.

Poi è giunto il progresso, che in sé sarebbe una cosa bellissima se non fosse collegato con l’avidità del denaro e l’arroganza. La logica mercantile si è andata insinuando un po’ dovunque, nelle metropoli come nei luoghi eremitici, nelle piazze e nei cimiteri. Soldi, produzione e soldi, nient’altro. E così gli alberi sono diventati uno dei tanti bersagli di una mentalità malata, che non sa più porre cose e situazione in un ordine umano. L’albero, l’aria pulita, un bosco, non producono denaro in modo facile e rapido. Altro che salvaguardia della natura, rimboschimento e riserve naturali. Molti, troppi “interessi” sono concentrati sull’abbattimento delle piante per… far spazio alla civiltà!

 Ogni estate, chi è rimasto fedele alla sosta estiva in quella località, è costretto ad assistere, impotente, allo scempio. Una o due volte, luglio o agosto, un po’ qui e un po’ lì, qualche brandello di pineta, ancora miracolosamente sopravvissuta, viene ridotta in cenere in pochi minuti. Forme, suoni e colori svaniscono. Fiori e frutti si accartocciano. Animali e persone sono costretti alla fuga. Tronchi monumentali si schiantano al suolo come stuzzicadenti. Il fuoco divampa selvaggio, alimentato da un forte vento che, quando comincia a soffiare al mattino è, purtroppo, segno premonitore di quanto accadrà nella serata. Si ripete un copione drammatico. E con singolare violenza, avvenne anche quell'anno.

17 agosto 1994. Verso le 22, la notte diventa “infuocata“. Il cielo in pochi istanti si trasforma in un’immensa fornace. Sembra d’essere nei pressi di un cratere: le fiamme s’inseguono a velocità impressionante. Arbusti, alberi e foglie d’ogni genere crepitano tragicamente in un caotico concerto di morte. Bisogna abbandonare le case, immerse in una coltre di faville e fumo incandescente. Il fuoco è stato appiccato in più punti e, a causa delle raffiche di vento, è impossibile controllare le fiamme. Terrore e rabbia soffiano più violenti dello scirocco. Qualcuno prega.

Come in tutte le situazioni fortemente drammatiche, ciascuno si manifesta nella sua verità più profonda: chi pensa a portar via da casa quel che può, chi fugge, chi si dà da fare, come meglio riesce, escogitando strumenti e possibilità per salvare il salvabile: le proprie cose, certo, ma anche quelle della comunità. Giacché un bosco è una ricchezza per tutti. E lì a colpi di ramazza e di picconi per far tacere il fuoco, per spegnere i focolai, gettando acqua sulle radici degli alberi non ancora del tutto abbrustoliti.

Così, in una notte mortifera, una viscerale solidarietà germina nel fuoco, tenerissima scintilla di speranza. Già, sempre e dovunque c’è un “resto”, capace di continuare ad amare.

Sul mio terrazzo, nei giorni precedenti al grande incendio, una pianta di ibiscus ci regalava stupendi fiori rossi. Le fiamme quella notte avevano fasciato il terrazzo e la pianta era stata spogliata, tronco incenerito, foglie raggrinzite come i fiori. Ma un bocciolo era rimasto sul ramo, misteriosamente, rosso fuoco a cantare che tutto è sempre possibile.

Questo lo scenario su cui prende forma “la storia dell’albero”. 

p.s. Forse il preludio, nell’economia del racconto, potrà apparire eccessivamente esteso. Ma cos’è una storia senza storia?  
      
                                                          °     °     °

               

L’anno seguente all’incendio descritto, un pomeriggio, mio figlio mi dice: «Mamma, guarda sopra la montagna». Di fronte casa mia si stende armoniosamente una stupenda collina, nella mia infanzia favoloso mare verde ondeggiato dal vento, di cui oggi non rimane che il riverbero nella mia sbrindellata memoria. Nessuna traccia di quel che fu un bosco, all’infuori dei sentieri che prima s’inoltravano tra funghi e ciclamini, adesso solo pietraia luccicante al sole. Anche quella montagna è stata denudata e rudemente violentata. Neppure un albero sulla collina che, in passato, era stata una delle più lussureggianti pinete del Villaggio. Sassi e pietre nel mio sguardo.

Mamma, guarda sopra la montagna, sulla cima. Non vedi niente?
In effetti non scorgevo che un’esile sagoma simile a un paletto da recinzione, che non avevo mai notato.
Perché, Francesco, cosa c’è?
 Secondo il suo stile essenziale, mio figlio sintetizza: “Sono salito con Roberto e Gabriele, la carriola, la terra, la zappa e un cipressino nato in zona. L’abbiamo trapiantato là”.

Sulla cresta di quella collina, schiaffeggiato dal vento, l’albero-paletto appariva inerme e poco fortunato. Sarebbe potuto crescere altrove, sprofondando le radici nella terra, rinforzando ed allungando il suo tronco, regalando al sole rami e gemme. Ma non sarebbe stato che un albero fra gli alberi.

Lì, sulla cima, quel piccolo cipresso è diventato per molti un segno di rinascita. Una voglia e un’urgenza visibile di affermare che la vita è più forte di ogni violenza e che vale la pena tentare, resistere, fare delle “follie”, anche quando tutti ti dicono che “tanto non serve a niente”.

Gli incendi continuano infatti a cadenzare le nostre estati, ma quell’albero è lì. Ha segnato un percorso. Amici che d’estate vanno e vengono da casa nostra sono saliti sulla montagna per portare il loro contributo d’acqua. I primi mesi, in particolare, le radici dovevano essere alimentate. In cima non terra fertile, ma sassi impenetrabili e spine d’ogni tipo. Si decideva di salire. Ognuno con la sua bottiglia o bidoncino colmo fino all’orlo e la gioia di collaborare per far crescere la pianta. “Voglio salire anch’io”. E il gruppo s’infoltiva.

Giovani e anziani in montagna, lungo un sentiero abbastanza semplice all’inizio, ma che poi si concludeva ai piedi di una pietraia. Nessuna pista segnata. Duecento e più metri di salita, tra massi e spine, come capre, da percorrere senza appoggio e senza neppure l’ebbrezza del traguardo che si avvicinava. Già, perché, a causa della conformazione del terreno, più salivi e più l’alberello si nascondeva. All’inizio della scalata finale non era più visibile e ci si continuava ad arrampicare solo nella certezza che l’alberello era lì.

Finalmente la sagoma un po’ malconcia si delineava. Quasi secco lato vento. Ma qualche gemma sulla cima diceva la vita, la crescita, nonostante tutto. Ce la faceva. Certo non era rigoglioso l’albero e non lo sarà mai data la postazione, ma il suo compito non è di fare ombra ma di elevare, nel centro del cielo, il canto della speranza, sfida alla dilaniante potenza del male, sussurro lieve di una energia vitale mai del tutto eliminata, nota di tenerezza in un contesto violento. Lì, sulla cima. Traccia da sventolare dall’alto. Allora come oggi.
                                                          = = = = = = =


    Tra i molti, un episodio mi ha scavato dentro e mi ha regalato un “bidoncino” di sapienza.

I primi giorni dopo il trapianto del cipresso, si erano dovuti improvvisare dei turni. In uno dei pomeriggi in cui non c’era nessun volontario, mio figlio, all’ora del tramonto, si era caricato del suo capiente e altrettanto pesante contenitore d’acqua, e su, verso l’albero. Devo dire che questa scena tutte le volte che si ripeteva, suscitava in me una profonda commozione. Pensare che un giovane ventenne, in vacanza dopo un anno di studio trascorso fuori casa, decidesse di salire su, da solo, con l’unico obiettivo di irrigare un alberello a rischio, mi comunicava una tenerezza ed un’urgenza di fermezza non traducibili. Lo osservavo mentre saliva, per un tratto lo seguivo con lo sguardo, poi solo a fatica scorgevo la sua figura e il suo passo veloce.

Un giorno vidi che, poco distante da lui, altre due persone facevano lo stesso percorso. Pensai si trattasse dei suoi amici che, in ritardo, avevano deciso di salire anche loro. Ma vedevo che i due tenevano una strana andatura. Non di chi stava per urlare: “Fraaanceeesco! Aspettaci, che stiamo arrivando”. Pareva che lo seguissero, ma a distanza. Prendo il binocolo. Intravedo più chiaramente due persone che non conosco. Chi sono costoro, a quell’ora, sulla montagna? Timore. Francesco giunge in cima e versa la sua acqua ai piedi dell’albero. Lui non si era accorto di nulla. Dopo qualche secondo giungono i due. Il bidoncino è a terra, ormai svuotato. Vedo che parlano, in modo concitato, ma non qualche parola. Parlano a lungo. Mio figlio fa dei segnali, discute animatamente, afferra il bidoncino, indica la nostra casa. Dopo interminabili minuti, avvisto una stretta di mano e i due iniziano a scendere. Mi tranquillizzo un po’, ma ancora non ho idea di cosa sia avvenuto.

Passo svelto più che mai, mio figlio mi raggiunge, visibilmente sconcertato e insieme divertito. Aveva dovuto faticare molto per far credere ai due addetti alla salvaguardia dei boschi che si trovava in cima per irrigare un malconcio alberello, che lui aveva piantato lì, sulla vetta della montagna, che lui irrigava regolarmente.
Ma vuoi scherzare? cosa vorresti farci credere?! acqua nel bidone? per irrigare un arbusto mezzo secco? ma non potresti trovare una spiegazione meno assurda?!
Del tutto incredule, e poi fortemente deluse, le due guardie forestali, assolutamente certe di aver fatto il colpaccio: proprio davanti a loro il piromane della stagione. E pure col bidoncino in mano...

È innegabile. La realtà è spesso più inimmaginabile della fantasia. Su in montagna, per un albero, nel bidone non puoi averci messo acqua. Benzina sì. È più “normale”!

Come spesso le apparenze sono più convincenti della verità! Ma ciò che è autenticamente vero scava sotterranei percorsi, invisibili come i filoni d’oro, come i fiumi che s’intrecciano nel sottosuolo e lo rendono fecondo. Tracce di ricchezza e vita, segni di possibile vittoria sulla morte. Sussurri di speranza. Come quell’alberello, lì, sulla cima.


Lì sulla cima svetta quel cipresso
nel vento e tra le pietre fa radici.
Dall’alto viene detta, ancora e sempre, la parola dell’impossibile.


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p.s. Ormai da parecchi anni non sono più fisicamente in grado di fare la scarpinata per andare a trovare l'alberello. Quando Francesco e famiglia - e amici, quando sono con noi - salgono sulla cima, li seguo con lo zoom della macchina fotografica, - dovrò ricomprare un binocolo! - e riprovo quell'intenso stupore di sempre, arricchito dalla bellezza della fedeltà.
Vivere è PRENDERSI CURA DI...

* L’alberello è stato piantato dopo l'incendio che ha devastato il Villaggio Montano nel 1994. Oggi ha ventiquattro anni e resiste al vento e alla solitudine, in attesa della visita annuale che continua a ricevere. La foto è di qualche giorno fa, 4 agosto 2019.


* Il testo è stato da me elaborato nel 1998.
Oggi, nel venticinquesimo dell'incendio, ho aggiunto la foto dell'ultima visita della settimana scorsa, da me seguita con la macchina fotografica.

14 marzo 2019

SEMPRE IN CAMMINO MA NON DA SOLA

A cosa può servire la letteratura
se non aiuta a vivere?
Jean Sulivan

Si è concluso ieri, 13 marzo 2019, il nono corso di scrittura promosso dall'associazione Partecipalermo e da me guidato.


Un gruppo numeroso: oltre venti persone che non conoscevo, più una decina di partecipanti a precedenti gruppi, che hanno scelto di partecipare da uditori (ieri parecchi assenti, purtroppo...).  
Attenzione al linguaggio: questo è stato ancora una volta il dinamismo dell'attività proposta, così come sperimentare la scrittura  come strumento privilegiato per fare esperienza del peso delle parole e del ruolo che esse hanno nelle relazioni umane.
Diversi i registri suggeriti e numerose le esercitazioni praticate, elaborate anche attraverso un gruppo facebook, denominato “parole intrecciate che, come sempre, si è rivelato strumento utilissimo per dilatare i nostri tempi di scrittura ben oltre le ore degli incontri previsti e per potere approfondire tematiche e sperimentazioni. E conoscenza non superficiale tra i partecipanti.
Che il linguaggio sia abusato e stantio è risaputo, ma forse è proficuo accrescere la consapevolezza che ciascuno può prendersene cura, ogni giorno, partecipando così ad un recupero del ruolo identitario della parola, che è quello della comunicazione profonda e creativa.
Una scommessa, una possibilità, un impegno. Anche in quest’ambito a ciascuno è dato di poter «fare qualcosa, ciascuno come può e come sa», sperando di contribuire all’umanizzazione dei propri incontri, dialoghi, relazioni…

Abbiamo iniziato il nostro corso il 30 gennaio e all'inizio, in molti, c’era solo il desiderio di scrivere, di migliorare le proprie competenze… Poi pian piano si è cominciato a costituire un gruppo di persone capace di attenzione anche per la scrittura degli altri, interessato a mondi interiori sconosciuti e da esplorare. Abbiamo sperimentato una scrittura non solo e non sempre rinchiusa nella propria storia personale, ma intuita come una finestra su innumerevoli altri ignoti universi…
Già, perché ha consistenza e ci sostiene nel nostro personale cammino solo «solo ciò che germina nel profondo» (Jean Sulivan). E la scrittura consente alla parte viscerale del nostro essere di venir fuori... almeno in parte.
Maturare, attraverso la scrittura, il desiderio e la scelta di non servirsi di parole fotocopiate, logore e anonime, ma avere la consapevolezza e maturare la responsabilità che le nostre parole sono rivolte ad un tu, a tanti tu, a possibili “noi”… e che migliorando le relazioni sociali, possiamo partecipare, nel poco o nel molto, ad un modo nuovo di abitare la nostra città, di dar forma alla nostra personale storia.

Tra le esercitazioni svolte, ho curato la raccolta di brevi racconti elaborati attraverso la contaminazione di brani elaborati da altri “compagni”, così da sollecitare la lettura, il confronto e verificare le connessioni tra le scritture e i loro autori. 
Ho scelto di applicare, in ambito di scrittura, l'importante insegnamento di Manifesta12 che, con il Giardino Planetario, ha risvegliato la  memoria della più profonda identità della nostra città: uno straordinario e millenario spazio di incroci, intrecci e contaminazioni, verificando concretamente come, le connessioni, talvolta faticose perché imprevedibili, possano essere fonte di "visione" e di "creazione" di nuovi ed entusiasmanti percorsi. 
Ho preparato un ebook sfogliabile con i venti testi che sono stati elaborati, ciascuno con un’immagine scelta da ciascuno degli autori, un segno concreto e condivisibile del nostro percorso, dove tutti coloro che lo hanno desiderato hanno avuto il loro spazio e la possibilità di essere protagonisti di una “scrittura partecipata”. Poco importa il risultato, ma è stata una sfida per abbattere l'individualismo, un pericoloso componente della scrittura e, visionando la raccolta, possiamo dire di aver vinto la scommessa e raggiunto l'obiettivo di un percorso insieme personale e condiviso.

Abbiamo concluso il corso con un momento festoso, per sperimentare concretamente che ogni attività, scrittura compresa, deve riguardare tutta la persona, ovviamente con modalità e intensità variegate. Non è mai bene assolutizzare qualcosa, neppure un “bene” come la scrittura.
Un grande grazie pertanto a chi ieri ha contribuito, con semplicità, oltre che con la presenza, anche in modo “materiale”: fiori, torta, contributo per l'associazione, scatti fotografici… e sorrisi!

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A conclusione di questo percorso, il mio grazie a tutti voi che avete partecipato: grazie per l’attenzione dimostrata, per il dono delle vostre parole, delle vostre scritture e della vostra presenza.
Se il corso è stato un’esperienza positiva, questo si è realizzato grazie a ciascuno di voi, perché anche una brava guida, un’insegnante/insognante (pur con un’esperienza mezzo secolare 😊) ben poco può fare senza una classe attenta e diligente come la vostra.

      Col corso abbiamo abbozzato l’inizio di un
per-corso che, mi auguro, possa proseguire con altre e sempre nuove modalità.

Vi abbraccio, tutti e ciascuno, e vi ringrazio per avermi regalato questa nuova indimenticabile SCRITTENZA (scrittura-esperienza, per i non addetti ai lavori... 😊). 
                        malb


01 febbraio 2019

È SEMPRE LA PRIMA VOLTA...

Primo incontro del nono corso di scrittura partecipata promosso da Partecipalermo. Risonanza di malb.


  Entrai in quella che sarebbe stata titolata Aula Cocchiara per iniziare il mio primo corso all'Università esattamente mezzo secolo fa. Era fine gennaio 1969. Appena laureata, il mio prof e maestro, don Antonio Corsaro, mi "lanciò" in un'aula gremita per la mia prima lezione di lingua francese. Avevo 22 anni.
     Ricordo quell'istante con tutti i suoi dettagli, nonostante i decenni trascorsi e le mille esperienze vissute. Dentro di me, in un silenzio assordante, il mio urlo interiore più o meno sillabava:
"Maria Antonietta, se non muori adesso, vorrà dire che sei immortale..."
   
   Ero bloccata dalla timidezza e dalla paura e, anche se nessuno ci crede perché ormai ho imparato a convivere serenamente col mio modo di essere, è la stessa esperienza che rivivo ogni volta che inizio un nuovo corso. Certo adesso ho il vantaggio delle variegate avventure vissute nei contesti più diversi, conosco molto meglio le mie fragilità e le mie capacità, ma il tremore dinanzi all'ignoto, il balbettio interiore dinanzi al mistero dell'incontro con persone con cui poter instaurare nuove relazioni e condividere sogni e passioni, quelli sono rimasti immutati. 
   Quell'Io sono responsabile della mia rosa non cessa di stimolare la mia coscienza ogni volta che incontro una persona nuova, ogni volta che inizio un nuovo percorso. Un incontro profondo può cambiare qualcosa, tanto, talvolta anche tutta la nostra vita e ciascuno di noi è responsabile delle persone che incontra, delle parole che dice e ancor di più di quelle che scrive.
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      La parola crea. La parola uccide.
   In queste due affermazioni sono contenute le innumerevoli definizioni della parola che ne illustrano il ruolo poliedrico che essa ha da sempre avuto in ambito individuale e sociale.
       La parola crea ponti e/o muri.
       La parola accarezza e/o violenta. 
     E noi, più o meno consapevolmente, siamo le nostre parole, siamo intimamente connessi col nostro modo di comunicare.

Viviamo in un contesto in cui è ormai evidente - quasi a tutti - che il linguaggio è  stato mercificato e utilizzato per fini che spesso nulla hanno a che fare con l’identità originaria della parola, che è quella di stabilire comunicazione, intessere relazioni, intrecciare legami, creare uno spazio/tempo per un vero dialogo, essenziale per qualsiasi forma di partecipazione.
 Linguaggio abusato il nostro, violato, svuotato di umanità.
 E allora? Per un’ecologia del linguaggio, necessaria per stabilire relazioni umane, per operare attivamente nel sociale e creare e abitare spazi solidali e salutari, occorre credere che la parola abbia un ruolo importante e che la scrittura possa aiutare ad accrescere il potenziale umano del singolo e l’impegno ad essere una presenza attiva ed incisiva nel proprio ambito.

   Ben affermava Gianmario Lucini: “La Poesia è intervento, volendo precisare che scrivere, comporre versi, sviluppare l’immaginario non è - anche se spesso corre il rischio di esserlo – un passatempo per sfaccendati. Un igiene delle parole, un’attenzione nella ricerca dell’espressione corretta, chiara, semplice ma efficace, è un percorso di crescita personale da non trascurare, che certamente avrà le sue ricadute positive.

   
    Da questi convincimenti, nel desiderio di poter rendere un servizio utile, unendo passione ed esperienza, circa quattro anni fa, per l’Associazione Partecipalermo ho iniziato a organizzare dei corsi di scrittura creativa che, in itinere, si sono trasformati in corsi di scrittura partecipata.
   Di che si tratta? Apparentemente nulla di nuovo. Già da decenni, in Italia, sono nate numerose esperienze di scrittura collettiva, ossia un’elaborazione di testi che coinvolge più autori, a cui si affianca la scrittura collaborativa, che si avvale, in ambito informatico e industriale, dei contributi dei membri del gruppo, per il raggiungimento di un progetto preciso. Ma questa esperienza di “scrittura partecipata” non ha niente a che fare con metodologie scientifiche preconfezionate. Se dovessi risalire indietro, un’ispirazione avrei potuto ritrovarla nella profetica esperienza di don Milani a Barbiana… ma devo confessare che non ci avevo proprio pensato quando ho iniziato “a tentoni” questo percorso, sospinta unicamente dalla scelta di svolgere un servizio per la città e di farlo mettendo a disposizione la mia esperienza di docente di lingua e letteratura francese e la mia passione per i libri, per la scrittura e le parole.

     Al corso di “scrittura partecipata”, parole sorridenti, ossia?
Ossia parole che si aprono, parole inclusive che hanno una profondità: qualcosa da comunicare e qualcosa da accogliere, come il nostro volto quando sorride per incontrare uno sguardo amicale. E non perché si è ingenuamente “ottimisti”, né perché si voglia affermare irresponsabilmente che tutto vada sempre bene…  ci sono anche i sorrisi amari. 
     Parole sorridenti e propositive;
     parole che sollecitano impegno e scavo nel profondo; 
    parole concrete e creative insieme perché, per essere umane,  le parole devono essere  “pesanti”, ossia cariche di vita, di assunzione di responsabilità e insieme devono essere“leggere”.
     Leggere e trasparenti, non stagnanti, ma in movimento, “frecce verso un’altra riva”. (Jean Sulivan)
    Parole che si pongono in attesa di altre parole, parole per prendere parte ad un testo più ampio della pagina del proprio diario. 
     Parole, come tasselli di un mosaico unico da comporre insieme ad altri.
     Parole Per Partecipare.
     Parole autentiche, parole vere, non nel senso che pretendono di annunciare la verità, piuttosto che rispondono alla loro identità profonda, che è quella di comunicare, di essere uno strumento capace di stabilire relazioni, di sollecitare confronti costruttivi, legami profondi, partecipazione attiva.

     Otto i corsi di scrittura che promossi dall'Associazione Partecipalermo ho finora organizzato per la città, a partire dal 14 ottobre 2014. Prima di cominciare l’esperienza, gli iscritti non si conoscevano tra loro, diversi per età, cultura, percorsi di vita. Attraverso gli incontri settimanali, ma non solo (ci siamo infatti serviti di gruppi facebook per continuare a condividere le nostre scritture e letture oltre i laboratori, necessariamente a termine), i partecipanti hanno fatto gruppo, si sono ritrovati nella comune passione per la scrittura, hanno condiviso le loro personali esperienze di lettura e sono nate nuove relazioni tra le persone, quattro libri, tanti pomeriggi insieme e il desiderio di proseguire.
  Certo, pensare a dei palermitani che sono contenti di sentirsi correggere e che chiedono ai “compagni di scrittura” un consiglio o addirittura un giudizio, è alquanto bizzarro… “Ti piace? cosa aggiusteresti? ma quel che ho scritto è chiaro? così va meglio?”
   Lasciare che altri ti leggano è insieme rischio e ricchezza; devi silenziare il tuo punto di vista ed imparare ad ascoltare l’altro, tenere in considerazione un parere differente dal tuo, perché l’altro ci conduce oltre noi, ci sospinge in uno spazio-mondo più ampio e si esce così dal proprio sterile stagno, si apre il recinto del proprio “orticello”…

    Durante questi laboratori, l’obiettivo formale non si è imposto come unico, ma si è cercato di coniugarlo con un meccanismo di superamento dell’io solipsistico, che è già un fattore di crescita umana e sociale, capace di dilatare la personale dimensione partecipativa, presente in ciascuno, ma inaridita, soffocata da molte paure e troppe delusioni. 
     Probabilmente, da solo, nessuno di noi avrebbe pubblicato nulla e le sue parole sarebbero rimaste mute. Con il percorso di “scrittura partecipata” oltre alla cura del proprio linguaggio, all'attenzione consapevole al ruolo delle parole per intessere relazioni e operarare nel contesto in cui ciascuno vive, si è parimenti sviluppato un accresciuto interesse per la conoscenza della nostra bella Palermo, perché sia sempre più somigliante a quello che pare sia stato il suo originario nome fenicio “ZYZ” = Fiore. Mi piace notare il tratto palindromico del termine, che pure “al contrario” sempre zyz rimane!

   La "scrittura partecipata", così come l'ho proposta nei gruppi e verificando i risultati è un'ulteriore conferma che ogni ambito può e dovrebbe essere sempre dilatato verso un “oltre”: la letteratura, nella sua duplice dimensione di lettura e di scrittura può aiutarci ad essere più umani, più sorridenti e a rendere più bella la nostra città.
   «À quoi donc peut servir la littérature, si elle n'aide pas à vivre?» (Jean Sulivan)

 ~   ~   ~
 Mercoledì 30 marzo, ho iniziato il nono per-corso di scrittura, ho varcato la soglia della Biblioteca, con timore e tremore, con entusiasmo e passione, pronta a rischiare e a sperimentare una nuova avventura. Timore, fatica, stupore, mistero... come per un parto.
   È stata, ancora una volta, la prima volta!







13 dicembre 2018

PalermoParla, un'avventura partecipata


Un libro. Ci vorrebbe un altro libro e, forse, non basterebbe per raccontare la storia di questo quarto “libriglio”, una nuova esperienza di “scrittura partecipata”, che ha le sue radici profonde nella mia passione per la parola e la partecipazione, passione che si è innestata in alcuni eventi che mi sono trovata a vivere - in particolare la fondazione dell’Associazione Partecipalermo -, ma che ha preso concretamente corpo e identità da un corso di scrittura iniziato a gennaio di quest'anno: persone nuove insieme a  “compagni” con cui si erano già fatte esperienze d’incontro e d’impegno. La presentazione del volume PalermoParla ha poi consentito un’ulteriore e significativa “contaminazione”. Persone ed emozioni, letture, musica e riflessioni si sono mixate come la buona frutta per una saporita macedonia e “mischiate” come i marmi che adornano le nostre splendide chiese barocche.
Un incontro e un incrocio di passioni e competenze: il desiderio di sperimentare qualcosa di nuovo per chi non aveva mai partecipato a questo tipo di avventura, mentre per gli “anziani”, l’attesa della ripetizione di un’esperienza rituale che, nelle sue precedenti versioni, si ricordava bella e coinvolgente.
I dinamismi di fondo: la passione della scrittura e l'intento di ascoltare la nostra città. Ma ancora di più. Ogni “cammino insieme” comporta infatti la scoperta/conoscenza delle persone con cui si realizza:  lo stupore di veder emergere passioni e competenze e la disponibilità a volerle condividere… Si sono stabiliti legami semplici e intensi ed è maturato il desiderio di creare qualcosa insieme. Un corso di scrittura, un'avventura umana, un'occasione in più per innamorarsi di Palermo. Noi palermitani, viviamo immersi nella Bellezza, ma spesso ce ne dimentichiamo. Per questo, scrittura e memoria, memoria e partecipazione sono state la trama dei nostri corsi, delle nostre presentazioni, dei nostri incontri.

È indiscutibile che ci siano tanti e seri problemi da risolvere nella nostra città, ma questo non può farci dimenticare la magnificenza unica della sua storia millenaria,  il suo essere stata città “Felicissima”, centro del Mediterraneo, crocevia di culture, città “tutto porto”, icona dell’accoglienza.
Palermo bellissima! Pietre, giardini, basiliche e vicoli, "pomelie zagara e basilicò": la sua bellezza antica si offre ancora a noi, nonostante tutto, e richiama ogni palermitano alla consapevolezza della sua identità.
Palermo parla, ci chiama all’ascolto, ci chiede di prenderci cura di tanta bellezza e di farne la nostra ricchezza… Sì, è possibile far qualcosa, «ognuno per come può e per come sa…»
La nascita di questo libro ha richiesto una faticosa gestazione, un travaglio davvero difficile da raccontare.
Facciamo un libro online… - fu la mia proposta iniziale e si fece, ma non bastò.
“Ma perché non realizziamo un cartaceo, come gli altri anni”.   Da quel momento, dopo un mio sofferto “e va bene...” ebbe inizio l’avventura. Decidere sulle tante cose da fare, come in ogni pubblicazione, ma, con la modalità di percorso scelto, a decidere eravamo in 29… Quante pagine per ogni autore? Uno o due testi? Quali foto inserire, quante?
Troppo lungo, troppe sviste... Ma quel dato storico l’hai verificato, non mi convince…” 
E poi la storia dei segnalibri: sì, no, chi li realizza? Ahia…  E la copertina, quale colore, quale il formato, quale immagine scegliere? Marrone, verde, blu… indice, ordine alfabetico, quarta di copertina, sorteggio… 
Sì, no, ma, chissà, boh…?!?

Confrontarsi su tutto e con tutti e poi dover prendere una decisione - non da “conte”…-  ma operativa e gradita almeno ai più. Pian piano, con caparbia pazienza e rispetto dei differenti punti di vista, le decisioni sono state prese e, guardando i risultati, sono state decisioni opportune. Il libro è corposo e, anche se i contributi sono molto diversi fra loro per differenti registri linguistici e stili personali, ha un suo ritmo interno e una gradevolezza estetica. 
Un grande grazie a Elisabetta Vassallo che, col logo che ha dato un senso alla copertina, attraverso i colori ha espresso la complessità della nostra città «dai percorsi divergenti, convergenti, dirompenti; dagli incroci abbondanti, contrastanti, ritrovati».
Per quanto concerne la formattazione, posso affermare di aver acquisito una capacità di lavorare col word non comune… realizzare un libro di 240 pagine senza un programma d’impaginazione adeguato sembrerebbe impossibile, ma… si può.
L’accurata recensione di Gaetano Celauro, pubblicata su www.sololibri.net, è stata per tutti noi una graditissima sorpresa. Un imprimatur autorevole che mi/ci ha  profondamente gratificati.

Nella tappa conclusiva della presentazione del volume, tutto ha funzionato, persino gli altoparlanti che sono piovuti, inattesi, dall’attenzione  concreta e dalla disponibilità generosa di Gisa Messina e del suo amico Stefano, che hanno portato un’attrezzatura degna di un concerto live.
I tavoli con i libri e segnalibri, addobbati dalle preziose mani di Laura Catalano, Costanza Di Pisa, Mariangela Tortorici e Annamaria Ferranti, erano festosi e colorati, come i loro sorrisi.
Le canzoni orecchiabili e ricche di significato hanno allietato l’atmosfera,  per la competenza di Giusi Palumbo, Francesca Lubrano e Gisa Messina.
I segnalibri di Maria Basile hanno aggiunto un tocco di elegante preziosità al nostro volume.

La scaletta è stata modificata da due interventi imprevisti: i saluti da Betlemme di Francesco Bertolino, che avrebbe dovuto iniziare l'incontro e che si trovava in Terra Santa delegato dal sindaco e che ha inviato dei clip video su wathsapp che ho frettolosamente montato, cominciando così l'incontro con una sorpresa per tutti. A seguire, un altro tassello importante, deciso nella mattinata, per essere in sintonia col percorso prescelto, ossia l'approfondimento della conoscenza della nostra città; l’Auditorium san Mattia Ai Crociferi, il luogo che ci ha ospitato, è stato infatti presentato con competenza e garbo da Loredana Raia, un’appassionata conoscitrice della nostra città che, in questo percorso, è stata il mio archivio storico e fotografico: “Lori, ma si scrive “cittavecchia” tutto attaccato? e senza accento? Lori hai foto del quartiere ebraico?” Circa sei mesi d’intensa collaborazione…

Un grande grazie a tutti coloro che, il pomeriggio del 3 dicembre, hanno scattato foto: Mario Cavalli, Loredana Raia, Mariangela Tortorici, Sabrina Russo, Giuseppe Verrigno e Salvatore Maniscalco, senza i quali non avremmo i ricordi fissati nelle immagini; una sempre accresciuta consapevolezza del ruolo significativo della scrittura fotografica.
Un abbraccio riconoscente a Laura Catalano che ha registrato il video dell'incontro: un generoso atto di disponibilità che le ha impedito di gustarsi il pomeriggio comodamente seduta, ma che consente a quanti lo volessero, presenti e non, di rivedere i vari momenti che hanno articolato la presentazione.
https://www.youtube.com/playlist?list=PLyD1rgdcF6z7_zeRkMedHUybWoILNk0Sz

E poi le nostre due splendide “lettrici”, che ci hanno donato molto più che una lettura dei nostri due politesti, entrambi elaborati, con modalità differenti, con frasi estrapolate dalle scritture contenute nel libro. Indimenticabili i volti delle persone che riconoscevano le loro parole mentre venivano recitate con incisività e grazia da Maria Rita Foti ed Elena Pistillo.
Un applauso caloroso e grato ai due illustri relatori e carissimi amici Giuseppe Savagnone e Gianfranco Perriera, che, col loro personale e inconfondibile stile, ci hanno fatto scavare dentro il senso della bellezza e dell’esistenza, approfondendo il ruolo della narrazione e della memoria, per farci “passeggiare” nella leggerezza di una razionalità armonizzata con l’attenzione e la poesia.

Tutta l’avventura vissuta per PalermoParla è stata per me un’esperienza intensa tanto quanto è stato il lavoro di rielaborazione del materiale, ma  generosamente ricolmata dagli abbracci e dai sorrisi delle persone presenti: “Anche tu qui! Che bello ritrovarsi!” 
Nulla è più gratificante e “importante” che vedere le relazioni umane crescere e consolidarsi. In questo contesto così violento e aggressivo tutti abbiamo bisogno di esperienze di serena fraternità, che si traducano in spazio/tempo di crescita personale e sociale. Abbiamo bisogno di spazi umani, abbiamo bisogno di sentirci liberi, di essere persone capaci di vivere la gentilezza, la cordialità, la delicatezza che non sono dimensioni di fragilità, piuttosto l'unica vera forza da sperimentare e contagiare. Da soli non riusciamo ad essere autenticamente noi stessi. Abbiamo urgenza di sorrisi, di occhi stupiti, di voglia di passeggiare nell'anima dell'altro e scoprire l’unicità della sua bellezza.

A tutti quanti hanno, in qualche modo, partecipato, anche con la loro assenza e col dispiacere manifestato di non poter essere presenti in modo attivo, a tutti va il mio ringraziamento profondo, perché abbiamo potuto dar forma e partecipare ad un'avventura che è ormai passata, ma che, comunque, sarà un ricordo “operante” per molti.  
I ricordi sono “importanti e utili”, se non si limitano ad essere bocconi di passato. Liberati da ogni nostalgica emozione, sono la nostra ricchezza per poter trovare energie sempre nuove per sempre nuovi progetti da vivere insieme.

«A quoi donc peut servir la littérature si elle n’aide pas à vivre?» (Jean Sulivan)
Già, a che serve scrivere, leggere, a che serve approfondire storia e cultura se tutto questo non ci aiuta ad essere persone migliori, disposte a prenderci cura di chi incontriamo, del luogo in cui viviamo?

Grazie a tutti, compagni miei, perché quella che abbiamo vissuto è un'avventura semplice, ma è un'avventura di tanti e i sogni insieme prendono corpo e consistenza e ci fanno comprendere che:
- è possibile, anche oggi, vivere senza aggredire;
- è possibile stupirsi e arricchirsi delle diversità e lasciarsi "contaminare";
- è possibile riempire di senso le nostre giornate anche facendo piccole cose, ma dando ad esse grandi e profondi significati.
La partecipazione è un bene irrinunciabile per essere persone autenticamente umane.
Sognare e sperare non è da stolti, ma può colorare le nostre giornate e rinvigorire le nostre capacità, così spesso sopite e/o ignorate.

Sognare, operare, partecipare e vivere praticando il "Giardinaggio", nel senso ricordato da Gianfranco Perriera: «il giardinaggio è una fatica pazzesca. Ma è la più deliziosa, incauta, faticosa, dolente e gioiosa operazione dell'essere umano. E questo libro è un dono al Giardinaggio».

Certo non sono mancate le criticità in questa avventura, i grovigli da snodare, ma come in ogni esperienza di giardinaggio era inevitabile. Quel che posso affermare con certezza è che, a prescindere dal risultato, io ho fatto tutto, ma proprio tutto quel che potevo con fedele passione, fino alla scrittura di questa risonanza. Tutto il percorso, in ogni sua tappa, un'esperienza fortemente significativa nella mia storia personale. Un'avventura sognata e tradotta in un'esperienza condivisa.

Sì, un’avventura quella della realizzazione di PalermoParla, che nessuno del Gruppo Scrittura Partecipalermo, da solo, avrebbe mai potuto realizzare, ma che, vissuto insieme, ha preso corpo: un libro verde scuro e colorato, delle scritture che danno voce ad alcuni "luoghi" di Palermo, degli schizzi eleganti divenuti segnalibri, dei video, tante foto, un incontro partecipato e festoso e una gran voglia di… ricominciare.