07 ottobre 2026

MA TU CE L'HAI L'ACCOMPAGNAMENTO?

 


LA GRAZIA GENTILE DI ESSERCI

 

 


‒ Ma tu ce l'hai l'accompagnamento?

È una domanda che chiunque vive l'esperienza della disabilità si sente rivolgere spesso. Una frase rapida, quasi di routine, che evoca verbali, pratiche burocratiche e quel sostegno economico per retribuire qualcuno che possa aiutare i molteplici disagi di chi ha dei problemi di salute. 
    Ed è giusto ed è bene che ci si occupi di accompagnare chi ha fisicamente bisogno. Ma questa domanda mi ha suggerito una riflessione. Mi è mai capitato di chiedere o di sentirmi chiedere: "Ma tu ce l'hai un accompagnamento spirituale?"
    A pensarci bene, è una domanda che non si sente mai. Ci preoccupiamo che non manchi un sostegno per il corpo o per le pratiche della vita quotidiana, ma dimentichiamo di chiederci se ci sia un compagno di strada per l'anima, un testimone discreto con cui confrontarsi nella penombra dell'interiorità. La parola accompagnamento finisce così per rimanere quasi sempre confinata al registro della carne, come se la solitudine dello spirito non avesse bisogno di alcun compagno.

In una società ossessionata dalle prestazioni e dall’utilitarismo a ogni costo, si rischia di dimenticare che un dono importante, a volte vitale, che possiamo offrire a un altro essere umano non è solo un aiuto materiale, una scorciatoia per raggiungere un obiettivo e neppure un insegnamento, per quanto saggio possa essere. Forse, ciò che si desidera nel profondo è non essere dimenticati, non trovarsi da soli, soprattutto nei momenti difficili. Ciò a cui, più o meno consapevolmente, si aspira è una “presenza” che ci riconosce.

Ci siamo abituati a misurare il valore delle nostre relazioni in base a ciò che riusciamo a fare, a dare o a dire. Dinanzi a qualcuno che soffre, ci sembra doveroso moltiplicare le parole d'incoraggiamento, proporre illusorie soluzioni, fare qualcosa pur di sentirci utili. Ma forse chi sperimenta lo scoraggiamento da solitudine desidera solo qualcuno che gli stia accanto, nient'altro.

 

Il paradosso di Tokyo e la fame di presenza

C'è una storia vera che racconta questa “fame di presenza” con straordinaria nitidezza. 
Nel giugno del 2018, a Tokyo, un uomo di trentacinque anni di nome Shoji Morimoto 
‒ laureato e stanco dei ritmi del mondo dell'editoria dove lavorava ‒ lanciò un annuncio sui social, offrendosi gratuitamente come "persona che non fa nulla". Chiedeva solo il rimborso delle spese di viaggio. Non offriva prestazioni, non dava consigli, non sosteneva conversazioni brillanti. Si limitava a presentarsi sul posto per stare accanto a chi, in particolari situazioni, sentiva il bisogno di non essere solo. Morimoto ricevette migliaia di richieste, indiscutibile dimostrazione di come si avverta, soprattutto nei momenti di difficoltà, il bisogno di avere accanto qualcuno che ci accompagni. Una presenza.

«Le cose possono essere diverse semplicemente perché qualcuno è lì. Non deve fare nulla: basta che ci sia, e qualcosa cambia.» (Shoji Morimoto)

 Ho citato la storia di Morimoto non per farne un esempio, giacché non conosco l’intenzione profonda con cui sia nata questa iniziativa di "essere presenti per non far nulla". Ma certamente si tratta di un'esperienza concreta, utilissima per ricordarci l'urgenza presente in ogni persona di essere accompagnata.

  

Il termine "accompagnare£ ha un'etimologia bellissima, densa di carne e di quotidiano. Nasce dall'unione del prefisso ad- (verso) e del latino tardo accumpanare, formato da cum (insieme) e panis (pane).

Etimologicamente, accompagnare non significa guidare dall'alto, indicare la strada o impartire una lezione: significa letteralmente “condividere lo stesso pane lungo il cammino”. L'accompagnatore non è un pilota, qualcuno che indichi la via, ma un compagno di mensa e di strada.

 

Questo legame tra il pane, la presenza e il cammino trova la sua icona ideale nell'episodio dei discepoli di Emmaus (Vangelo di Luca 24, 13-35). Gesù si affianca a due viandanti, che, disillusi e scoraggiati, si stanno allontanando da Gerusalemme. Il Risorto non si impone, non svela la sua identità, né li giudica. Si limita a fare la stessa strada, a camminare al loro passo, ad ascoltare le loro parole amare. Lui c'era, ma loro non lo sapevano. Eppure, quella semplice presenza silenziosa va trasformando il disincanto in un dialogo e inizia a illuminare gli occhi del loro cuore lungo la via, fino al gesto rivelatore dello spezzare il pane.

L'etimologia e il simbolo coincidono: si "accompagna" davvero solo quando si accetta di condividere il pane della strada, facendosi presenza discreta che non prevarica, ma cammina accanto.

 Certo, si può abitare da anni la stessa casa, star seduti per ore nella stessa stanza con una persona, ma rimanere infinitamente distanti se si rimane concentrati sul proprio ego, occupati esclusivamente dai propri pensieri o da appena sillabate risposte.
Accompagnare significa invece sapersi spogliare del ruolo di maestri o di risolutori, e scegliere di essere silenziosa presenza, per crescere e far crescere in umanità.
    Se sentirsi accompagnati può rasserenare e illuminare, scegliere di accompagnare può dare senso all'esistenza.

‒ Io ci sono anche se tu non ci sei, ma se tu ci sei davvero, allora io sono di più.

 


 

 

23 settembre 2026

RESISTENZA IN UNA GIORNATA QUALUNQUE

 


​Cronaca semiseria di un ordinario combattimento domestico

 


 

​Ci sono giorni in cui, senza la virtù dell'attesa ‒ che è l'anima della Fede ‒ e senza la ricerca ostinata della Bellezza anche nelle piccole cose, sarebbe davvero impossibile sopravvivere. ​Oggi è stata una di quelle giornate.

​Aperto il giornale, l'attualità mi offre le solite perle di surrealismo, quelle che ti fanno pensare al teatro dell'assurdo come ad uno scenario quasi rilassante. Sulla TV si succedono spot pubblicitari demenziali alternati con immagini di eventi e situazioni di disumana e inaccettabile violenza.
    Con comoda calma, giunge il tecnico della linea telefonica, che ho cercato di raggiungere superando tappe di indicibile difficoltà e che, con tono solenne, diagnostica un guasto misterioso e borbotta un “Ci sentiamo a brevissimo”, per poi disperdersi velocemente per le scale. Dopo quasi quattro ore dalla sua sentenza, i led del modem, che avevano continuato a balbettare con un velato verdino, iniziano a lampeggiare con un rosso minaccioso, per poi spegnersi definitivamente.
    Giunge intanto sul cellulare una notifica per avvertirmi che qualcuno sta tentando di utilizzare il mio bancomat, contemporaneamente ad un messaggio whatsapp della signora che mi aiuta in casa e che mi comunica che è rimasta bloccata al suo paese per uno sciopero aereo e che non sa quando potrà ripartire.
    Sola contro il caos.

​Per non farmi bloccare dagli intoppi, decido di rimboccarmi le maniche e comincio le pulizie dal terrazzo: si sgancia il tubo dell'acqua e in pochi minuti corridoio e cucina vanno assomigliando ogni minuto di più al sottopassaggio di viale Regione Siciliana.
    ​Nel bel mezzo della bonifica idrica, un compagno di scrittura mi invia un messaggio urgente per chiedermi se sulla “È” maiuscola ci vada l'accento grave o acuto e se la foto del suo gatto sia abbastanza poetica per essere inserita nell’ultima raccolta del gruppo.
    Il portiere citofona per avvertirmi che
‒ colmo del paradosso ‒ domani verrà pulita la cisterna e non ci sarà acqua. 
    ​Intanto, fuori, il quartiere scorre tra chi occupa i marciapiedi con macchine e motori, chi pensa a concimarli con gli escrementi dei propri cani e chi protesta per due gocce d'acqua cadute nel frattempo dal mio balcone.

    Mi trovo prigioniera in casa, in ostaggio del tecnico che quasi certamente non tornerà. 
    Che fare?
    Lasciare che gli eventi rendano deprimente la mia giornata o impegnarmi a praticare fedelmente il mio personale “Resistere resistere resistere”?

Mi fermo un istante, respiro e prendo il telefono, ma non per chiamare il tecnico, bensì per fotografare un fiore appena sbocciato sul mio balcone e trascrivere sul taccuino qualcosa di questa giornata insieme "qualunque e speciale".
    E mi stupisco, ancora…
    La vita è un mosaico davvero bizzarro!

‒
La resistenza, la poesia e la fede cominciano proprio da qui: dal rifiuto di farsi rubare la meraviglia.

18 settembre 2026

IL CORPO INVECCHIA E L'ANIMA RINGIOVANISCE

 

La dinamica della Trasfigurazione



Non v’accorgete voi che noi siam vermi  

nati a formar l'angelica farfalla, 

che vola a giustizia sanza schermi?

                                                            Dante Alighieri

   

 

 L'essere umano, come tutto ciò che è vivo, è in costante movimento.

Dall'istante del concepimento fino all'ultimo respiro, non c'è un solo giorno in cui il nostro corpo sia identico a com'era il giorno precedente. Cellule che muoiono e tessuti che si rinnovano. Dal feto al cadavere, la vita biologica è un'incessante trasformazione. 
Parimenti dovrebbe avvenire per la nostra dimensione spirituale, ma paradossalmente, pur liberi dalla materia, spesso rimaniamo immobili, illudendoci di "essere arrivati", ingabbiati in pretese certezze che ci paralizzano, bloccando ogni possibile cambiamento.
Ma la pelle morta dell'anima è molto più invecchiante delle rughe del viso.

 La lingua italiana offre una serie di parole d'incredibile precisione terminanti in "mazione" (dalla radice latina formatio, il dare forma), che ben descrivono sia il movimento biologico della materia, sia la metamorfosi dello spirito.

Formazione. È l'impronta iniziale, la struttura primaria con cui veniamo al mondo. È la fase in cui apprendiamo i gesti e le funzioni fondamentali del nostro essere corporeo ‒ come il camminare o il parlare ‒ ponendo le basi biologiche e mentali della nostra identità.
«Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni.» (William Shakespeare)

 Trasformazione.  È il ritmo quotidiano dell'esistenza: la disponibilità a lasciarsi plasmare dagli eventi, dagli incontri, dalle gioie e dai dolori, accettando che l'Io di oggi non possa e non debba essere quello di ieri.
«La vita è un processo di continuo divenire.» (Goethe)

 ​Deformazione.  È l'impatto inevitabile con la prova e con il tempo. La sofferenza e il decadimento fisico sfigurano le nostre certezze di superficie e rompono l'involucro dell'orgoglio. È un passaggio doloroso ma necessario: occorre che l'uomo esteriore si sgretoli affinché quello interiore non si sclerotizzi.
«Anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno.» (san Paolo)

 Riformazione. È l'opera paziente dell'anima che, tra i cocci delle proprie illusioni e fragilità, riordina le priorità, purifica le intenzioni e impara l'umiltà del ricominciare.
«Occorre andare fino in fondo alla notte per ritrovare un’altra aurora.» (Georges Bernanos)

 Trasfigurazione. È il vertice del cammino. Mentre la materia compie il suo corso verso il suo inevitabile sfiorire, lo spirito non invecchia, ma si fa trasparente.
Una sorta di infiltrazione di luce, ben diversa dalle infiltrazioni d'acido ialuronico che talvolta invece di migliorare provocano lancinanti dolori alle cartilagini del ginocchio. Già, un’infiltrazione di luce realmente efficace per le cartilagini dell’anima.
«Una vaga capacità d’Ali / svaluta la veste da bruco
Una potenza di Farfalla / dev’essere l’Attitudine a volare.»
(Emily Dickinson)

 ‒ La vita vera comincia quando l'uomo si riconcilia con la sua storia, con il decadimento del suo corpo, lo accoglie e quindi si accoglie pienamente, permettendo così alla vita autentica di rivitalizzare le sue crepe.

 

 

 

 

 

 

09 settembre 2026

INTUARSI PER INSEMPRARSI

 





​«S’io m’intuassi, come tu t’inmii...»
— Dante Alighieri, Paradiso IX, 81

 

​Per esprimere la profondità abissale di un'autentica relazione umana, Dante ritenne insufficiente il patrimonio lessicale esistente. Per questo creò neologismi di preziosa fattura, insuperabili per descrivere l'immersione dell'Io nel Tu e l'urgenza del "per sempre": inmiarsi, intuarsi, insemprarsi.

​Non esiste un "Io" perfettamente definito e compiuto che si apre ad un Tu.
L'essere umano è una creatura strutturalmente incompleta finché rimane chiusa nei propri confini e nel filo spinato del proprio egoismo. Per essere se stesso deve pertanto scegliere di penetrare nel suo profondo, avere il coraggio del proprio buio, guardarsi alle specchio per vedersi nella sua autenticittà. Ma questo non è suffuciente. Per crescere ha bisogno del confornto, di un dialogare con qualcun altro.

 ​«All'inizio è la relazione: l'uomo diventa Io a contatto con il Tu». (Martin Buber)

​Intuarsi equivale a realizzare in pienezza la "presenza": uscire da sé, spogliarsi delle proprie difese ed entrare nell'altro, comprendere la sua sete, sentire la sua ferita, abitare il suo sguardo senza giudicarlo. Significa permettere all'altro di risuonare dentro di sé, fino a unificare il respiro dell'anima, pur mantenendo la propria identità.

​È l'incontro d'amore e di cura nella sua forma più alta. Quando due persone smettono di difendere le proprie ragioni e accettano di intuarsi, accade qualcosa di prodigioso: la relazione smette di essere un semplice fatto materiale e diventa un evento spirituale, una sorta di liturgia viva.

​Da questo profondo immedesimarsi nasce l'esperienza dell'insemprarsi: la possibilità reale di entrare nell'Eterno.

​Nessuno si salva e nessuno diventa eternoo da solo. Senza la carne, la fatica e la grazia della relazione autentica tra l'Io e il Tu, l'anima rimane un seme non germogliato, chiuso nella sua buccia sterile. È solo nell'abbraccio profondo con l'altro che la nostra vita terrena tocca la luce increata e impara, già qui e ora, il sapore di ciò che sarà per sempre.

06 agosto 2026

A CACCIA DI MORE

Avete mai fatto l'esperienza di andare a raccogliere i frutti del bosco? Fragole, gelsi, lamponi? 

​Non dico acquistarli al market, dove li trovi in bella mostra, ma pigiati nelle loro vaschette di plastica, nel fondo in buona parte già muffiti...

No, parlo di raccoglierli dalle loro piante, tra arbusti, sassi e rovi. Vi assicuro che s'imparano molte cose. 



​Pensiamo, ad esempio, alla raccolta delle more. Il frutto cresce in mezzo alle spine, i rovi sono contorti e fitti; e le more più grosse e succose sono sempre quelle più nascoste, più protette dal groviglio dei rami. 

​Eppure, se cominci a raccoglierle, perché ti piace il loro sapore, perché le stai cercando insieme a qualche amico o perché ti ricordano il tempo in cui eri bambino e ti divertivi a farne una scorpacciata o a prenderne molte per fare la marmellata con la nonna... allora non c’è spina che riesca a trattenerti. Proprio quei frutti aggrovigliati tra i rovi più impervi ti appaiono i più belli e desiderabili. Stendi il braccio, incurante dei graffi. Ed ecco che le tieni soddisfatto tra le mani: una, due, tre morbide e succosissime more. 

​Che importa se ti sei graffiato e sei stanco e sudato! 

​Quando un obiettivo è mosso dall'entusiasmo e da un desiderio profondo, non ci sono ostacoli che possano fermarci o farci paura. Siamo capaci dell'impossibile. 

​Sapientemente ci ricorda il Vangelo: 

«Là dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore.» (Matteo 6, 21) 

​È dunque importante allenare mente e cuore a desiderare il Bene e la Giustizia, ciò che è umano e duraturo, e non lasciarsi abbindolare dalle false felicità. 

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​🏋️‍♂️ Esercizio di Fitness interiore

• ​Qual è oggi la "mora succosa" che desideri raggiungere?

• ​Hai paura degli eventuali graffi?

• ​Sarà una raccolta di frutti che mangerai da solo o ami condividere con altri ciò che ti piace

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