18 ottobre 2026

NON VOGLIO RESPONSABILITÀ!

 



 ​Forse il mondo non si divide tra buoni e cattivi, ma tra chi sceglie di assumersi una responsabilità e chi sceglie di ritrarsi; tra chi accetta la fatica e a volte anche il rischio di aiutare qualcuno e chi pensa solo a non essere disturbato.

 ​Un pomeriggio qualunque di una domenica qualsiasi. Sono le 16. Mi metto alla guida della macchina, presso il pulsante e il finestrino, invece di abbassarsi, sprofonda in un istante, risucchiato nella portiera; purtroppo è la terza volta che mi succede. Che fare? Il garage la domenica rimane chiuso fino alle 19; mi aspettano tre lunghe ore. Giacché non mi va di lasciare la macchina aperta per strada, decido di trascorrere il tempo a Villa Sperlinga; faccio una bella camminata, mi riposo un poʻ. faccio un altro giro. mi siedo su una panchina, nei pressi della macchina, ma sono proprio stanca, ho bisogno di stendere le gambe. Sono già quasi le 18. Decido di raggiungere il garage, per cercare di riposare un po’: reclino il sedile, socchiudo gli occhi, sperando che magari il garagista apra prima. All'improvviso. il cancello si apre! Felice, mi precipito verso l'ingresso e scorgo una donna.

– Signora, mi scusi… aspetti un attimo, che entro la macchina.
 
La tizia mi guarda, con aria sconcertata e mi lancia addosso un gelido:
–  Lei non entra nessuna macchina!
 Io rimango trasecolata.
– Cosa dice signora?
– Le ho detto che lei non entra nessuna macchina.
– Ma scusi, per quale motivo non posso entrare la mia macchina?
– Perché il garage è chiuso!
– Veramente il garage in questo momento è aperto.
– Sì, ma a quest'ora è chiuso e lei dovrebbe conoscere gli orari.
(Ionesco docet...)
– Sì, signora, è vero, lo so che la domenica apre alle 19. Ma io ho ottant'anni. Si è rotto il finestrino alle 16, ed è già da due ore che sono ferma in macchina ad aspettare... Le chiedo la cortesia di farmi posare l'auto...
– Le ho detto di no. Non insista ancora!
E nel frattempo esce il suo motore e chiude il catenaccio del cancello. Capisco che resterò con la macchina fuori, ma le dico:
– Scusi signora, forse non sono stata chiara. Io la macchina non la dovevo prendere e portare via dal garage, ma volevo entrarla e lasciarla dentro. Potrebbe spiegarmi dove starebbe il problema?
– Ancora non la smette di insistere? Che ne so io di che cosa può fare lei... Io non voglio nessuna responsabilità!!!
 Allora la guardo con insistenza e le dico: 
– Signora, la sua gentilezza è davvero disarmante. Non le auguro di incontrare nella vita persone squisite e attente come lei.
    Ma la tizia, come se niente fosse, accende il motore e se ne va.
 Rimango per un po' immobile, profondamente amareggiata. Poi rientro in macchina a riflettere sull'accaduto.

  "Non voglio responsabilità!"

 In queste tre parole, lo squallore infinito di una persona disattenta, che pensa solo a se stessa.
Chi è incapace di attenzione e di cura, chi pensa solo ai fatti propri e non vuole essere sfiorato dal bisogno dell'altro, chi "non vuole responsabilità" non sta difendendo la propria tranquillità, sta solo dichiarando la propria pochezza, la propria sterile aridità, la propria disumanità. Nulla di nuovo purtroppo… c’è sempre stato chi ha scelto di “lavarsi le mani” e di non assumersi alcuna responsabilità.

 Oggi, più che mai, c'è bisogno di ricordare che tutti apparteniamo alla stessa comunità umana e che siamo, in qualche modo, tutti responsabili gli uni degli altri.
E com'è bello e salutare e pacificante impegnarsi, ogni giorno e in ogni situazione, per far fiorire la nostra "magnifica umanità"!

10 ottobre 2026

LA RICONOSCENZA DEI CICLAMINI

 


 ringraziare e sorridere

 

​Non ho mai comprato una pianta di ciclamini dal fioraio. Ho sempre amato molto quelli della montagna dove vado tutte le estati, da oltre 75 anni. Sono piccoli e neppure profumati, ma per me sanno di casa.

Da oltre trent'anni, durante la fioritura, sradico con cura due o tre bulbi dal bosco e li sistemo nel terreno dinanzi alla nostra abitazione. Ce n’è perfino uno bianco, raccolto in Francia una ventina d'anni fa.

​A questi ciclamini io non ho dato nulla, se non un piccolo spazio in cui crescere. Non li irrigo, non li curo, solo li guardo sorridente quando o le foglie o i fiori emergono, fedeli, dal prato di aghi di pino. Crescono da soli, ritornando ogni ottobre a colorare i lati della scala d’ingresso.

Mi ringraziano semplicemente con il loro esserci. Io ho dato loro solo un po’ di terra; loro mi restituiscono, ogni anno, la meraviglia dell’essenziale.


– A volte, forse, basta solo offrire un po' di spazio nel nostro cuore, perché qualcosa o qualcuno fiorisca.

 

                                                                                      ////////



‒
So essere riconoscente a chi mi ha offerto uno spazio nel suo cuore?




07 ottobre 2026

MA TU CE L'HAI L'ACCOMPAGNAMENTO?

 


LA GRAZIA GENTILE DI ESSERCI

 

 


‒ Ma tu ce l'hai l'accompagnamento?

È una domanda che chiunque vive l'esperienza della disabilità si sente rivolgere spesso. Una frase rapida, quasi di routine, che evoca verbali, pratiche burocratiche e quel sostegno economico per retribuire qualcuno che possa aiutare i molteplici disagi di chi ha dei problemi di salute. 
    Ed è giusto ed è bene che ci si occupi di accompagnare chi ha fisicamente bisogno. Ma questa domanda mi ha suggerito una riflessione. Mi è mai capitato di chiedere o di sentirmi chiedere: "Ma tu ce l'hai un accompagnamento spirituale?"
    A pensarci bene, è una domanda che non si sente mai. Ci preoccupiamo che non manchi un sostegno per il corpo o per le pratiche della vita quotidiana, ma dimentichiamo di chiederci se ci sia un compagno di strada per l'anima, un testimone discreto con cui confrontarsi nella penombra dell'interiorità. La parola accompagnamento finisce così per rimanere quasi sempre confinata al registro della carne, come se la solitudine dello spirito non avesse bisogno di alcun compagno.

In una società ossessionata dalle prestazioni e dall’utilitarismo a ogni costo, si rischia di dimenticare che un dono importante, a volte vitale, che possiamo offrire a un altro essere umano non è solo un aiuto materiale, una scorciatoia per raggiungere un obiettivo e neppure un insegnamento, per quanto saggio possa essere. Forse, ciò che si desidera nel profondo è non essere dimenticati, non trovarsi da soli, soprattutto nei momenti difficili. Ciò a cui, più o meno consapevolmente, si aspira è una “presenza” che ci riconosce.

Ci siamo abituati a misurare il valore delle nostre relazioni in base a ciò che riusciamo a fare, a dare o a dire. Dinanzi a qualcuno che soffre, ci sembra doveroso moltiplicare le parole d'incoraggiamento, proporre illusorie soluzioni, fare qualcosa pur di sentirci utili. Ma forse chi sperimenta lo scoraggiamento da solitudine desidera solo qualcuno che gli stia accanto, nient'altro.

 

Il paradosso di Tokyo e la fame di presenza

C'è una storia vera che racconta questa “fame di presenza” con straordinaria nitidezza. 
Nel giugno del 2018, a Tokyo, un uomo di trentacinque anni di nome Shoji Morimoto 
‒ laureato e stanco dei ritmi del mondo dell'editoria dove lavorava ‒ lanciò un annuncio sui social, offrendosi gratuitamente come "persona che non fa nulla". Chiedeva solo il rimborso delle spese di viaggio. Non offriva prestazioni, non dava consigli, non sosteneva conversazioni brillanti. Si limitava a presentarsi sul posto per stare accanto a chi, in particolari situazioni, sentiva il bisogno di non essere solo. Morimoto ricevette migliaia di richieste, indiscutibile dimostrazione di come si avverta, soprattutto nei momenti di difficoltà, il bisogno di avere accanto qualcuno che ci accompagni. Una presenza.

«Le cose possono essere diverse semplicemente perché qualcuno è lì. Non deve fare nulla: basta che ci sia, e qualcosa cambia.» (Shoji Morimoto)

 Ho citato la storia di Morimoto non per farne un esempio, giacché non conosco l’intenzione profonda con cui sia nata questa iniziativa di "essere presenti per non far nulla". Ma certamente si tratta di un'esperienza concreta, utilissima per ricordarci l'urgenza presente in ogni persona di essere accompagnata.

  

Il termine "accompagnare£ ha un'etimologia bellissima, densa di carne e di quotidiano. Nasce dall'unione del prefisso ad- (verso) e del latino tardo accumpanare, formato da cum (insieme) e panis (pane).

Etimologicamente, accompagnare non significa guidare dall'alto, indicare la strada o impartire una lezione: significa letteralmente “condividere lo stesso pane lungo il cammino”. L'accompagnatore non è un pilota, qualcuno che indichi la via, ma un compagno di mensa e di strada.

 

Questo legame tra il pane, la presenza e il cammino trova la sua icona ideale nell'episodio dei discepoli di Emmaus (Vangelo di Luca 24, 13-35). Gesù si affianca a due viandanti, che, disillusi e scoraggiati, si stanno allontanando da Gerusalemme. Il Risorto non si impone, non svela la sua identità, né li giudica. Si limita a fare la stessa strada, a camminare al loro passo, ad ascoltare le loro parole amare. Lui c'era, ma loro non lo sapevano. Eppure, quella semplice presenza silenziosa va trasformando il disincanto in un dialogo e inizia a illuminare gli occhi del loro cuore lungo la via, fino al gesto rivelatore dello spezzare il pane.

L'etimologia e il simbolo coincidono: si "accompagna" davvero solo quando si accetta di condividere il pane della strada, facendosi presenza discreta che non prevarica, ma cammina accanto.

 Certo, si può abitare da anni la stessa casa, star seduti per ore nella stessa stanza con una persona, ma rimanere infinitamente distanti se si rimane concentrati sul proprio ego, occupati esclusivamente dai propri pensieri o da appena sillabate risposte.
Accompagnare significa invece sapersi spogliare del ruolo di maestri o di risolutori, e scegliere di essere silenziosa presenza, per crescere e far crescere in umanità.
    Se sentirsi accompagnati può rasserenare e illuminare, scegliere di accompagnare può dare senso all'esistenza.

‒ Io ci sono anche se tu non ci sei, ma se tu ci sei davvero, allora io sono di più.