LA GRAZIA GENTILE DI ESSERCI
‒ Ma tu ce l'hai l'accompagnamento?
È una domanda che chiunque vive
l'esperienza della disabilità si sente rivolgere spesso. Una frase rapida,
quasi di routine, che evoca verbali, pratiche burocratiche e quel sostegno
economico per retribuire qualcuno che possa aiutare i molteplici disagi di chi
ha dei problemi di salute.
Ed è giusto ed è bene che ci si
occupi di accompagnare chi ha fisicamente bisogno. Ma questa domanda mi ha
suggerito una riflessione. Mi è mai capitato di chiedere o di sentirmi
chiedere: "Ma tu ce l'hai un
accompagnamento spirituale?"
A pensarci bene, è una domanda che
non si sente mai. Ci preoccupiamo che non manchi un sostegno per il corpo o per
le pratiche della vita quotidiana, ma dimentichiamo di chiederci se ci sia un
compagno di strada per l'anima, un testimone discreto con cui confrontarsi
nella penombra dell'interiorità. La parola accompagnamento finisce così per
rimanere quasi sempre confinata al registro della carne, come se la solitudine
dello spirito non avesse bisogno di alcun compagno.
In una società ossessionata dalle prestazioni e dall’utilitarismo a ogni costo, si rischia di dimenticare che un dono importante, a volte vitale, che possiamo offrire a un altro essere umano non è solo un aiuto materiale, una scorciatoia per raggiungere un obiettivo e neppure un insegnamento, per quanto saggio possa essere. Forse, ciò che si desidera nel profondo è non essere dimenticati, non trovarsi da soli, soprattutto nei momenti difficili. Ciò a cui, più o meno consapevolmente, si aspira è una “presenza” che ci riconosce.
Ci siamo abituati a misurare il valore delle nostre relazioni in base a ciò che riusciamo a fare, a dare o a dire. Dinanzi a qualcuno che soffre, ci sembra doveroso moltiplicare le parole d'incoraggiamento, proporre illusorie soluzioni, fare qualcosa pur di sentirci utili. Ma forse chi sperimenta lo scoraggiamento da solitudine desidera solo qualcuno che gli stia accanto, nient'altro.
Il paradosso di Tokyo e la fame di presenza
C'è una storia vera che racconta
questa “fame di presenza” con straordinaria nitidezza.
Nel giugno del 2018, a Tokyo, un
uomo di trentacinque anni di nome Shoji Morimoto ‒ laureato e stanco dei ritmi
del mondo dell'editoria dove lavorava ‒ lanciò un annuncio sui social,
offrendosi gratuitamente come "persona che non fa nulla". Chiedeva
solo il rimborso delle spese di viaggio. Non offriva prestazioni, non dava
consigli, non sosteneva conversazioni brillanti. Si limitava a presentarsi sul
posto per stare accanto a chi, in particolari situazioni, sentiva il bisogno di
non essere solo. Morimoto ricevette migliaia di
richieste, indiscutibile dimostrazione di come si avverta, soprattutto nei
momenti di difficoltà, il bisogno di avere accanto qualcuno che ci accompagni.
Una presenza.
«Le cose possono essere diverse semplicemente perché qualcuno è lì. Non deve fare nulla: basta che ci sia, e qualcosa cambia.» (Shoji Morimoto)
Ho citato la storia di Morimoto non per farne un esempio, giacché non conosco l’intenzione profonda con cui sia nata questa iniziativa di "essere presenti per non far nulla". Ma certamente si tratta di un'esperienza concreta, utilissima per ricordarci l'urgenza presente in ogni persona di essere accompagnata.
Il termine "accompagnare£ ha un'etimologia bellissima, densa di carne e di quotidiano. Nasce dall'unione del prefisso ad- (verso) e del latino tardo accumpanare, formato da cum (insieme) e panis (pane).
Etimologicamente, accompagnare non significa guidare dall'alto, indicare la strada o impartire una lezione: significa letteralmente “condividere lo stesso pane lungo il cammino”. L'accompagnatore non è un pilota, qualcuno che indichi la via, ma un compagno di mensa e di strada.
Questo legame tra il pane, la presenza e il cammino trova la sua icona ideale nell'episodio dei discepoli di Emmaus (Vangelo di Luca 24, 13-35). Gesù si affianca a due viandanti, che, disillusi e scoraggiati, si stanno allontanando da Gerusalemme. Il Risorto non si impone, non svela la sua identità, né li giudica. Si limita a fare la stessa strada, a camminare al loro passo, ad ascoltare le loro parole amare. Lui c'era, ma loro non lo sapevano. Eppure, quella semplice presenza silenziosa va trasformando il disincanto in un dialogo e inizia a illuminare gli occhi del loro cuore lungo la via, fino al gesto rivelatore dello spezzare il pane.
L'etimologia e il simbolo coincidono: si "accompagna" davvero solo quando si accetta di condividere il pane della strada, facendosi presenza discreta che non prevarica, ma cammina accanto.
Certo, si può abitare da anni la
stessa casa, star seduti per ore nella stessa stanza con una persona, ma
rimanere infinitamente distanti se si rimane concentrati sul proprio ego,
occupati esclusivamente dai propri pensieri o da appena sillabate risposte.
Accompagnare significa invece sapersi spogliare del ruolo di maestri o di
risolutori, e scegliere di essere silenziosa presenza, per crescere e far
crescere in umanità.
Se sentirsi accompagnati può
rasserenare e illuminare, scegliere di accompagnare può dare senso
all'esistenza.
‒ Io ci sono anche se tu non ci
sei, ma se tu ci sei davvero, allora io sono di più.


