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08 gennaio 2019

SERMONE DELL'AGNOSTICO

 


 


sermone dell’agnostico

 

Quanti predicatori chiacchieroni, quanti ripetitori del niente! 

Immaginiamo che, per assurdo, nel giorno della festa di santa Teresa di Lisieux, uno di questi insopportabili chiacchieroni, al suo posto faccia salire sul pulpito un non credente, di media intelligenza.

 °   °   °

Devoti e devote, io non condivido la vostra fede, ma la storia della Chiesa, della vostra Chiesa, è forse più familiare a me che a voi. Io l’ho letta, ma mi pare che non ci siano molti parrocchiani che potrebbero dire altrettanto. Mi sbaglio? Gli interessati alzino la mano!

 Fedeli, è bello che voi lodiate i vostri santi. È giusto che voi vi rallegriate per loro.
Ma scusatemi! Non posso credere che essi abbiano tanto sofferto e combattuto solo per permettervi di fare delle belle feste. E feste, peraltro, che restano solo vostre, giacché migliaia di poveri diavoli non hanno mai sentito parlare di questi eroi. E chi non conosce i santi, permettetemi, non può proprio contare su di voi!
      Noi, i non credenti, non conosciamo i santi, ma, scusatemi, mi sembra che neppure voi li conosciate in modo serio. Chi di voi sarebbe capace di scrivere venti righe sul suo Santo protettore?

 Prima restavo davvero perplesso. Adesso purtroppo ho capito che voi non vi preoccupate di quel che pensa la gente della mia specie. Anche i più devoti fra voi evitano ogni discussione con noi che non crediamo, dicono, per timore di perdere la fede.
       Ma scusatemi, che razza di fede è questa? Questi mediocri per noi sono infelici perché ipocriti. E questo ci procura tanta tristezza. Ed ecco una grande differenza tra noi e voi: voi non vi interessate dei non credenti, ma i non credenti s’interessano enormemente a voi.
Già noi ci interessiamo a voi, ma rimaniamo proprio delusi!
Vi studiamo, vi scrutiamo e che scopriamo? Molti fra voi agiscono per interesse; altri vivono una fede che non cambia nulla nella loro vita.

Non c’è nulla di più grottesco che vedervi parlare, come tutti, delle vicende di questo mondo. E la vostra morale poi non differisce molto da quella comune.
Che mediocrità. E dove sta l’eroismo? Léon Bloy affermava giustamente che un cristiano, se non è un eroe non è che un porco.

 Devoti e devote, devo confessarvi che il vostro vocabolario ci fa sognare.
Per esempio, quel termine misterioso: stato di grazia.
Quando uscite dal confessionale siete in “stato di grazia”. Stato di grazia. E che vi devo dire? Non si vede proprio. Noi continuiamo a chiederci: «Ma che ne fate della grazia di Dio? Ma dove diavolo la nascondete la vostra gioia?»

 Sì è vero, noi, come gli uomini del Vecchio Testamento, abbiamo il nostro vitello, noi sogniamo un Messia carnale che si chiama Progresso, Scienza. Potete dire quello che volete, ma non potete affermare che siamo stati noi ad aver crocifisso il Salvatore.

Il deicidio non è un crimine come gli altri ed esso è stato commesso proprio dalla classe dei sacerdoti più in vista, con l’approvazione dell’alta borghesia e degli intellettuali del tempo. Potete sghignazzare quanto vi pare, ma non sono stati i comunisti né gli infedeli che hanno messo il Signore in croce.
E com’è che non vi stupite che il Buon Dio abbia riservato le sue più dure maledizioni a dei personaggi importanti, inappuntabili nei loro doveri, attentissimi osservatori del digiuno e ben istruiti nella religione? Questa enormità non vi meraviglia?

 Voi siete il sale della terra. E allora, se il mondo perde sapore, ma con chi volete che me la prenda? È davvero inutile che vi vantiate dei meriti dei vostri santi, giacché voi non siete che gli intendenti di questi beni.

 Cristiani, siete voi che la liturgia della Messa dichiara partecipi della divinità, siete voi, uomini divini: dopo l’Ascensione del Cristo, siete quaggiù la sua persona visibile. Abbiate la coscienza di ammettere che non siete sempre riconoscibili al primo colpo.

 Voi trovate queste mie osservazioni certamente fuori posto. Può darsi, ma hanno almeno il merito di essere semplici.

E certo la nostra amica Teresa non si dispiacerà.
Ahimè! Non avete molto da temere da me. Temete piuttosto quelli che vi giudicheranno, temete i fanciulli innocenti. La sola decisione che vi resta da prendere è quella che vi propone la santa: ritornate fanciulli, ritrovate lo spirito d’infanzia!

 La società in cui vivete sembra più complessa delle altre perché eccelle nel complicare i problemi, o almeno nel presentarli in cento maniere diverse, il che le permette di inventare di volta in volta soluzioni provvisorie, che, naturalmente, vengono presentate come definitive.
Quanti sforzi per arrivare ad una società che si pretende materialista e che non è più in grado né di produrre né di vendere!

 Cristiani che siete in ascolto, sta qui il pericolo!
È davvero rischioso subentrare ad una società che si è inabissata in un uragano di risate, perché anche i frantumi saranno inutilizzabili. Voi dovrete ricostruire. E dovrete ricostruire tutto davanti ai fanciulli. Ritornate dunque bambini. essi hanno trovato il modo di armarsi e voi disarmerete la loro ironia solo a forza di semplicità, di lealtà, di audacia. Voi li disarmerete solo a forza di eroismo.

 Parlando così credo di non tradire il pensiero di santa Teresa di Lisieux. Mi limito a interpretarlo. Cerco di utilizzarlo in termini umani, di applicarlo alle vicende di questo mondo. Lei ha predicato lo spirito d’infanzia.
I santi si rivolgono a voi, vi hanno indicato una strada. Ma quanti li seguono?

Molti fra voi cristiani somigliate a quei leggendari soldati italiani che aspettavano l’ora dell’assalto. All’improvviso il colonnello sguaina la sciabola, scavalca il parapetto, si mette a correre da solo in mezzo al fuoco di sbarramento gridando: «Avanti! Avanti! Avanti!», mentre i suoi soldati, sempre rannicchiati nel fondo della trincea, elettrizzati da tanto coraggio, battono energicamente le mani, con le lacrime agli occhi: «Bravo! Bravo! Bravo!» E restano dove sono! E come sono…

 Il messaggio di santa Teresa rivela un carattere tragicamente urgente. Vi viene offerta un’ultima possibilità: “Siete capaci di ringiovanire il mondo, sì o no? Il Vangelo è sempre giovane, siete voi che siete vecchi!”

 Voi la vostra fede non l’avete vissuta e allora essa è diventata astratta, è come disincarnata. Forse è in questa disincarnazione del Verbo la sorgente delle nostre disgrazie.
Molti fra voi si servono delle verità del Vangelo come di un tema iniziale, da cui traggono una sorta di orchestrazione ispirata dalla logica di questo mondo. Nella pretesa di giustificare le verità evangeliche dinanzi ai Politici, non vi viene il timore di renderle inaccessibili ai Semplici?

Giovanna d’Arco non era che una santa, eppure si è messa in tasca i dottori dell’università di Parigi.
       E se lasciaste la parola al Bambino Gesù?
     Quando i potenti di questo mondo vi pongono domande insidiose su un mucchio di complicatissimi problemi: e la guerra, e il rispetto dei trattati e l’organizzazione capitalista, etc. etc. non vi vergognate di confessare che siete troppo stupidi per rispondere, e che il Vangelo risponderà al posto vostro. Allora forse la Parola divina compirà il miracolo di riunire tutti gli uomini di buona volontà.

Certo, è paradossale per noi sperare nel miracolo. Ma, consentite, non è ancora più paradossale aspettarcelo da voi?

Devoti e devote, mi spiace di non potervi benedire, essendo non credente. Ma ho comunque l’onore di salutarvi. Io non pretendo di interpretare il Vangelo, ma supplico voi cristiani di viverlo pienamente, secondo la vostra fede, secondo la fede della vostra Chiesa.
Sì, ve ne prego, vivete il Vangelo!

 °   °   °  

Nota
Il testo riportato è tratto da Les Grands Cimetières sous la lune e da me tradotto.
   

«Ho deciso di scrivere tutto quel che penso sulla storia che vivo per tutti quei piccoli Bernanos sconosciuti che devono esistere da qualche parte, in luoghi diversi, e che non si conoscono. Forse così li rivelerò a se stessi».

                                                                                

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

              (lettera del 3 novembre 1936)

27 febbraio 2014

LE PAROLE DI UN “UOMO LIBERO”.

Ecco alcune affermazioni di Bernanos su se stesso. Non parole blabla, ma la condivisione di un vissuto, di un’esperienza artistica, umana e spirituale che può dilatare i nostri orizzonti, troppo spesso rimpiccioliti a misura… di smartphone; attraverso la “tavoletta” più o meno sofisticata e superaccessoriata, che stringiamo nella mano, crediamo di possedere l’universo  e di organizzare… programmare... comandare tutto… ma è solo una sterile e nefasta illusione. La parte vivente di noi si spegne ogni giorno più inesorabilmente. Le parole di un uomo libero, più che mai, possono essere profondamente salutari… “Mi sono sempre sforzato di svegliare quelli che dormono e di impedire agli altri di addormentarsi.” [1]


Sono quel che scrivo

La mia opera vale quel che vale, ma non è un teatro ben organizzato in cui gli spettatori vengono per distrarsi, e dove io stesso vado per cercare di distrarli, cioè per guadagnarmi la vita.
La mia opera sono io stesso, è la mia casa; io vi parlo con la pipa in bocca, il mio abito ancora bagnato dall'ultimo temporale e con gli stivali che fumano dinanzi al focolare.
Per rivolgermi a voi, non mi curo neppure di passare da una stanza all'altra, vi scrivo dalla sala comune, sopra la tavola sulla quale fra poco cenerò con mia moglie e i miei figli. Tra voi e me non c'è neppure il tramite ordinario di una biblioteca, poiché io non ho libri.
Tra voi e me non c'è che questo quaderno da due soldi. Non si affidano menzogne a un quaderno da due soldi. Per questo prezzo non posso darvi che la verità.[2]

Rivivere

Che importa che la mia opera sopravviva? La grazia che aspetto è che essa riviva, foss'anche in un altro secolo, un altro tempo, un'altra terra, un'altra anima, la quale non saprà nulla di me, neppure il mio nome. C'è mille volte più onore a rivivere che a sopravvivere.[3]
~   ~   ~

La mia musica vi arriva dalle estremità del mondo, così come la testimonianza non della mia arte, ma della mia costanza.
Non è la mia canzone che è immortale, è ciò che io canto.[4]


Infanzia

Appena prendo la penna, ciò che subito sorge in me è la mia infanzia, la mia infanzia così ordinaria, che somiglia a tutte le altre, e dalla quale tuttavia traggo tutto quel che scrivo, come da una sorgente inesauribile di sogni.
I volti e i paesaggi della mia infanzia, tutti confusi, mescolati da questa specie di memoria incosciente che fa di me ciò che sono, un romanziere, e, se piace a Dio, un poeta.[5]

                                                                                ~   ~   ~

Che importa la mia vita! Voglio soltanto che essa resti fino in fondo fedele al bambino che fui.[6]
~   ~   ~

Spirito d'infanzia

Ho sempre pensato che il mondo moderno peccasse contro lo spirito d'infanzia, e che questo crimine l'avrebbe fatto morire. È chiaro che la Parola del Vangelo: “Non potete servire Dio e il denaro” ha il suo equivalente: Non potete insieme servire lo spirito d'infanzia e lo spirito di cupidigia.[7]

~   ~   ~
Povertà

Io sono contento di avere costruito la mia vita così male che vi si può entrare come in un mulino. Aggiungerò che non rimpiango di aver fatto tanto cammino attraverso il mare, poiché ho trovato in questo paese, se non la casa dei miei sogni, almeno quella che somiglia meglio alla mia vita, una casa fatta per la mia vita. Le porte non hanno serrature, le finestre sono senza vetri, le camere non hanno soffitto, e l'assenza di soffitto fa che sia visibile tutto quello che nelle altre è nascosto... Di questa casa, si può dire che è aperta! Viene a noi chi vuole, per la strada che vuole. Tra noi e quelli che passano non vi è che un muro di terra che dal tramonto all'alba, attraverso tutti gli interstizi, aspira l'aria notturna. Noi siamo nelle mani dei passanti.
Potessimo, sempre insieme, io e i miei libri, essere alla mercé dei passanti![8]

Vocazione

Non sarò mai nient'altro che uno scrittore francese che dice la verità e che andrà fino in fondo al suo rischio.[9]
~   ~   ~

Occorre che la mia vocazione, il mio lavoro e la mia vita non facciano che una cosa sola, che io innalzi tutto ciò fino a Lui.[10]
~   ~   ~

Mi sembra che io abbia rispettato la mia vocazione; essa non è stata per me una fonte di onori o di vantaggi; io non l'ho trattata come un'amante, ma come una compagna venerabile alla quale Dio mi ha unito.[11]


Arte e scrittura

L'arte non mi impedisce di dormire. Se avessi uno scrupolo d'artista vorrei che non servisse ad altro che a toccare più profondamente i cuori. Arte è parlare alle anime.[12]

                                                                          ~   ~   ~
Il mestiere letterario non mi tenta, mi è imposto. È il solo mezzo che mi è dato di esprimermi, cioè di vivere. Per tutti un'emancipazione, una liberazione dell'uomo interiore, ma qui qualcosa di più: la condizione della mia vita morale.[13]

 ~   ~   ~

Così preso il mestiere di scrittore non è più un mestiere, è un'avventura, e in primo luogo un'avventura spirituale. Tutte le avventure spirituali sono dei Calvari.[14]

~   ~   ~

Ho imparato a soffrire un giorno intero davanti ad una pagina bianca, piuttosto che abbandonare un'idea giusta.[15]
~   ~   ~

In questo mondo, la condizione del letterato somiglia molto a quella del turista; la passione che li anima è la curiosità. L'uomo di lettere passa da un'idea all'altra come l'altro da un paesaggio all'altro.
Io non sono curioso. Posso perfino affermare che la curiosità mi sembra una specie di vizio egoista, crudele e vano. Io non mi servo delle idee, sono le idee che cerco di servire. O piuttosto esse si servono di me.[16]
~   ~   ~

Che importa se i miei libri non suscitano che curiosità, o anche simpatia! Ciò che occorre è che spezzino i cuori.[17]


Amore

Io cerco di comprendere. Credo che mi sforzo d'amare.[18]

~   ~   ~

Non avendo mai atteso dall'esperienza che mi apportasse la saggezza, io le chiedo soltanto un approfondimento della mia pietà, che scavi in me così profondamente per non rischiare più che si prosciughi la sorgente delle lacrime.[19]


Verità

Ho ricevuto la mia parte di verità come ciascuno di voi ha ricevuto la sua, e ho compreso molto tardi che non vi aggiungerò nulla, che la mia sola speranza di servirla è di conformarvi la mia testimonianza e la mia vita. Poche persone rinnegano la loro verità, forse nessuno... Si contentano di mitigarla, di sminuirla, di diluirla: ”Mettono l’acqua nel proprio vino”.[20]


Ottimismo e pessimismo

Il termine pessimismo non ha più senso ai miei occhi così come quello di ottimismo, che generalmente gli si oppone. Questi due termini sono svuotati dall'uso così come il termine di democrazia, che serve a tutto e a tutti.
Il pessimista e l'ottimista hanno in comune il fatto di non vedere le cose così come sono: l'ottimista è un imbecille felice, il pessimista un imbecille infelice.
So bene che vi sono tra voi molte persone in buona fede che confondono speranza e ottimismo.
L'ottimismo è un surrogato della speranza, di cui la propaganda ufficiale si riserva il monopolio. Approva tutto, subisce tutto, è per eccellenza la virtù del contribuente. Quando il fisco lo ha spogliato perfino della camicia, il contribuente ottimista si abbona ad una rivista nudista e dichiara di camminare nudo per igiene, affermando di non essersi mai sentito così bene.[21]
~   ~   ~

Io spero il regno di Dio. La civiltà scommette per la parte bassa dell'uomo. Noi scommettiamo per l'altra. Essere eroici o non essere più.[22]


Il linguaggio dell'infanzia

Non si parla in nome dell'infanzia, occorrerebbe parlare il suo linguaggio.
Ed è questo linguaggio dimenticato, questo linguaggio che io cerco di libro in libro, imbecille! Come se un tale linguaggio potesse scriversi, fosse mai stato scritto.
Non importa! Mi capita talvolta di ritrovarne qualche accento... ed è questo che vi rende l'orecchio attento, compagni dispersi in tutto il mondo, che, per caso o per noia, avete un giorno aperto i miei libri.[23]
~   ~   ~

Parlare un linguaggio cristiano ! ‒ io non voglio dire un linguaggio ortodosso, approvato dai censori, irreprensibile, ‒ ma un linguaggio cristiano, mio Dio, un linguaggio che tocchi i cuori, che coinvolga i cuori.[24]


Io non sono...

Io non sono un filosofo, un pensatore, un professore. Sono un uomo come voi, come uno qualunque di voi, ma io sento ciò che voi non sentite, ciò che voi subite senza sentirlo ‒ l'immensa pressione esercitata ad ogni ora, giorno e notte, su tutti noi dal conformismo universale, anonimo, che dispone di risorse inesauribili, di metodi ingegnosi ed implacabili per la deformazione degli spiriti. Queste risorse, questi metodi sono nelle mani di un ristretto numero di uomini legati al potere economico, senza scrupoli, molto più potenti dei governi.[25]

Io non sono uno scrittore. La sola vista di un foglio di carta bianca mi sconquassa l'anima. La specie di raccoglimento fisico che un tale lavoro impone mi è così odioso che lo evito tanto quanto posso.[26]
~   ~   ~

Lo strumento di cui mi servo è odioso, perché io sono maldestro, e, quando mi succede di utilizzarlo abilmente, nove volte su dieci, riesco a soddisfare solo i conoscitori, gli iniziati. Ma non importa! È il mio strumento, è il solo di cui dispongo; non meritavo che il buon Dio me ne designasse uno diverso; io so perfettamente che un santo sorriderebbe di questo povero mezzo per toccare i cuori. Ma è il mio strumento.[27]

  
Io sono un vagabondo...

Pensatemi come una specie di viaggiatore, di avventuriero. Non sono altro, non sono degno di essere altro e, se entro in cielo, vorrei che fosse in questa qualità di vagabondo.[28]

                                                                                  ~   ~   ~



* Pubblicato in Bernanos. Pensieri parole profezie, Milano, Paoline, 1996.






NOTE

[1] Liberté, 299
[2] Anglais, 21
[3] Enfants, 902
[4] Enfants, 867
[5] Correspondance II, 114
[6] Cimetières, 404.
[7] Cimetières, 531
[8] Enfants, 879
[9] Correspondance II, 621
[10] Correspondance II, 312
[11] Correspondance II, 311
[12] Correspondance II, 401
[13] Correspondance I, 162
[14] Correspondance II, 588
[15] Correspondance I, 296
[16] Robots, 162
[17] Correspondance I, 361
[18] Cimetières, 371
[19] Cimetières, 526
[20] Enfants, 901
[21] Liberté, 15
[22]  Intervista del 1931 di F. Lefèvre, cit in Essais, 1223
[23] Cimetières, 355
[24] Enfants, 843
[25]  Robots, 234
[26] Cimetières, 353
[27] Enfants, 876
[28]  Correspondance I, 305