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01 agosto 2026

LE FESTE PATRONALI, GLI ANZIANI E LA MEMORIA

«Nelle manifestazioni della pietà popolare si conserva la memoria di un popolo, la fede vissuta dai padri che la trasmettono ai figli come un bene prezioso.» (Papa Francesco)




1. Il rispetto e una sana curiosità per ciò che è diverso da noi.

Le feste patronali possiedono un loro ritmo ancestrale, una sintassi antica e una storia che chiede anzitutto di essere rispettata. 

Di fronte alle manifestazioni di devozione popolare e al loro rituale talvolta incomprensibile per "i non addetti ai lavori", c'è il rischio di reagire barricandosi a distanza con un giudizio distaccato o addirittura sprezzante.

C'è chi rifiuta persino di guardare un video o una foto, etichettando tutto come qualcosa di arcaico e distante dalla realtà. 

A pensarci bene, questo atteggiamento è simile a quello di chi rifiuta a priori di assaggiare un piatto mai provato prima, liquidandolo con un superficiale "non mi piace", senza averlo mai provato e dunque senza sapere neppure di cosa si tratta. Quale limitazione mortificante! Rifiutarsi di assaporare qualcosa di nuovo solo per il timore che possa non risultare gradito, quasi non ci fosse un sapore, una bellezza, una verità oltre il proprio gusto e le personali conoscenze!

Una tradizione, un piatto, un'idea, una realtà ignota, in qualunque ambito, non ci chiede di essere condivisa a priori, ma di essere "assaporata" con umiltà: accostarsi a una festa popolare diversa dalla nostra sensibilità è un atto di rispetto culturale, che ci permette di scoprire come altri essere umani, prima di noi, hanno sperimentato la gioia, il sentimento religioso, la gratitudine, il senso di appartenenza.


2. La memoria rifiutata in una società utilitaristica.

Le feste patronali raccontano infatti una storia, sono testimonianze indiscutibili di una tradizione trasmessa da una generazione all'altra, dunque raccontano qualcosa di vero, di realmente accaduto, esattamente come la raccontano – o vorrebbero raccontarla – gli anziani. 
Occorre tuttavia amaramente constatare che viviamo in una società utilitaristica, dominata dalla dittatura dell'"oggi e subito", dove si cade nel paradosso di sentirsi "attuali" e "moderni" sradicandosi dalle proprie radici. 
In nome di una zoppicante autosufficenza, ci si illude di poter vivere il presente cancellando il ricordo di ciò da cui si è stati generati, la gratitudine nei confronti di chi si è preso cura di noi.

È la memoria che dà spessore al presente, ma purtroppo questo convincimento oggi non è diffuso. Prevale l'idea che la memoria del passato non abbia nulla da insegnare.

 Succede con le feste patronali, con gli anziani di casa, ma anche con la cultura classica: 
​– E a cosa mi servirebbe oggi studiare il greco o la filosofia?
Con una domanda apparentemente innocua s'inceneriscono secoli di storia, di arte e intere civiltà in cui affondiamo le nostre radici. ​Tale disinteresse per le radici, per la storia, per la memoria e – aggiungerei – per il senso profondo dell'esistenza, si sperimenta nelle comunità cittadine così come purtroppo talvolta capita anche nelle famiglie, nei confronti degli anziani: "cappotti fuori stagione" e, comunque, fuori moda... Inutili e ingombranti. E non c'è neppure una ditta di smaltimento che se li venga a prendere!

Opportunamente, papa Francesco ha ricordato piu volte nel suo magistero il ruolo significativo degli anziani, e in particolare dei nonni, nella crescita dei giovani.

​«I nonni sono gli anelli della catena tra le generazioni per trasmettere l'esperienza della vita e della fede.» (Papa Francesco)

​Viviamo in una società utilitaristica, dove ciò che non produce un utile immediato viene percepito come qualcosa da eliminare. In questo disumano ingranaggio non c'è più spazio né per le feste patronali né per la voce degli anziani, perché entrambi non rispondono alle mode di turno o alle esigenze immediate, né promettono profitto o successi: sono solo dei custodi della memoria.

​Certo è alquanto paradossale che, in un tempo in cui viene stimata preziosa, in modo quasi ossessivo, la memoria digitale – quella dei computer, dei processori e dei cellulari –, ci si disinteressi in modo plateale della memoria della storia umana, fatta di carne, di esperienze, di sacrifici, di speranze e di volti.

​Prendere le distanze da ciò che è stato, solo perché drasticamente giudicato antiquato e distante dai nostri gusti, equivale a desertificare il presente e a incamminarsi verso un futuro sempre più insignificante e illusorio.


3. L'esperienza di Capizzi: fede, storia e liberazione.

​Questa riflessione nasce dall'aver partecipato di recente alla festa patronale di san Giacomo a Capizzi, un paese sui monti Nebrodi. Si tratta di una devozione molto antica, che risale al periodo medioevale, che è stata custodita e tramandata fino ad oggi e che culmina con una coinvolgente e molto partecipata processione che si svolge il 26 luglio di ogni anno.

​Per la processione, il simulacro di San Giacomo viene collocato in una imponente vara in legno, portata a spalla da decine e decine di giovani devoti per percorrere – con una curiosissima andatura fatta di un andare avanti e poi ritornare velocemente indietro – le vie del paese, fino alla "Piazza dei Miracoli". Qui si compie il rito culminante: i portatori prendono la rincorsa e spingono con forza la vara parecchie volte, contro un muro adiacente alla chiesa di Sant'Antonio, fino a farlo crollare. Questo rito sta a simboleggiare la liberazione dal male e la vittoria su ciò che opprime.

​Vedere le nuove generazioni farsi carico di questo sforzo titanico dimostra come la memoria possa essere vissuta non come un reperto da museo, ma piuttosto come una ricchezza da accogliere e trasmettere da padre in figlio.

Ne emerge una significativa constatazione: il passato, con la sua ricchezza, ha l'energia di creare ponti tra le generazioni, ma anche tra i paesi limitrofi. A partecipare alla festa di san Giacomo infatti non erano presenti solo i Capitini, ma tantissimi devoti convenuti dai paesi vicini. Energia, unità, senso della festa, nella fedeltà a un rito.

In questi tempi drammaticamente frammentati, sperimentare questo coinvolgimento generalizzato è stato molto arricchente.

​Eppure ho constatato indifferenza, disinteresse o addirittura fastidio da parte delle persone a cui mi rivolgevo con entusiasmo per condividere questa esperienza:

Ma che sono pazzi?
Ma queste cose non mi interessano!
Roba del Medioevo!?!
E  altre affermazioni similari.

​Indubbiamente le numerose caciotte penzolanti attaccate sulla vara possono lasciare perplessi, ma occorrerebbe conoscerne il significato prima di criticare: tutte quelle caciotte saltellanti vogliono essere infatti un segno di fedele ringraziamento per la liberazione dalla fame.


Ma... già! Oggi viviamo nel tempo del "mi piace/non mi piace", sempre a cercare la fotocopia di noi stessi, quando spesso neppure sappiamo chi siamo davvero.

 

4. Spostarsi per non bruciare: la lezione delle piante.

​Questa riflessione è intimamente connessa con un'altra considerazione che ho fatto sul mio balcone.

​Quando d'estate mi allontano dalla casa di città per andare in montagna, per evitare che il sole picchi sulle piante, le sposto in una veranda, dove arriva la luce e dove vengono così riparate dali raggi diretti del sole.
Ci sono però alcune piante che non posso spostare, come le succulente pendenti: i loro lunghi tralci sono così ricchi e fragili che si spezzerebbero irrimediabilmente. Sono pertanto piante costrette a restare sul balcone, esposte al sole rovente che le brucia e le inaridisce.
​Guardandole, dispiaciuta di non poterle trasportare in veranda, ho pensato agli esseri umani che, a differenza di queste piante, hanno la possibilità di scegliere di muoversi, di esplorare nuovi spazi, di conoscere nuove storie e che preferiscono invece rimanere nel proprio spazio, soddisfatti delle proprie certezze. 
Ma se si rimane immobili a coltivare soltanto ciò che già si conosce, bloccati nel proprio piccolo orticello, succederà come alle mie succulente: ci si ritroverà rinsecchiti per essere rimasti immobili.

«Colui che viaggia ha bisogno di vedere la notte e le stelle, non di rimanere fermo nella sua dimora.» (Antoine de Saint-Exupéry)
Già, non sono "i sedentari del cuore" a creare novità, a seminare bellezza, a generare vita.

​Scegliere di fare nuove esperienze, di non limitarsi al déjà vu, al sapore conosciuto o alla moda del momento, accettando invece di confrontarsi con tutte le realtà possibili, significa esercitare la capacità di spostarsi dal proprio centro, di uscire dai propri schemi per allargare l'orizzonte e arricchire quanto più possibile la propria umanità.
L'anima, per rimanere feconda, ha bisogno di muoversi, di uscire da sé e di rischiare l'incontro con l'inatteso.

«La vita è come andare in bicicletta. Per mantenere l'equilibrio devi muoverti.» (Albert Einstein)

Il Vangelo ci sollecita con sapienza: «Duc in altum!» Prendi il largo. Rischia di spingerti in alto, in profondità e in lontananza. Ritrova lo stupore e reimpara a meravigliarti dinanzi a ciò che non conosci, per vivere da vero Vivente.



11 novembre 2024

SPUNTI sul tema della santità.

 

PENSIERI E CITAZIONI DA APPROFONDIRE.



Il testo che segue ha un registro alquanto ibrido: non nasce come testo scritto, piuttosto come scaletta/bozza di una relazione che, per motivi dis-organizzativi, non ho potuto condividere.

Il titolo della riflessione che avrei dovuto proporre è: La santità come coerenza alla Parola di Dio e alle parole umane.

Il tema è davvero vasto e complesso. La traccia contiene in sé quattro parole che corrispondono a quattro realtà immense. Più che un’analisi discorsiva, suggerirò pertanto alcune citazioni, legate ad alcuni scarni spunti di riflessione.

                                                                        °   °   °  
Innanzitutto occorre inserire questa riflessione nel contesto in cui viviamo. Un contesto bipolare:
- Indifferanza e chiusura nel proprio angusto “io";
- omologazione alla massa, dunque identità personale ignorata
                              
           “SOLO IO” – “NESSUN IO”

Ritengo utile condividere un’esperienza fortemente significativa nata a Palermo da alcuni anni che si chiama Raizes Teatro, immaginata e portata avanti da Alessandro Ienzi, avvocato trentenne appassionato d'arte e soprattutto di teatro, che propone con le sue perfomance un percorso di risveglio per le coscienze in difesa dei diritti umani violati in tutto il mondo. Il suo ultimo progetto, già in scena in Europa, si chiama appunto Indifferenze. Con il suo teatro fa emergere con intensità storie vere di esperienze di emarginazione e di crudeltà davvero intollerabili.

L'indifferenza è l'opposto della “santità”.

Mi sono sempre sforzato di svegliare quelli che dormono e di impedire agli altri di addormentarsi. È questo un compito che non comporta grandi profitti né grandi onori e che, anzi, vi preclude molte strade. Ma non importa!» (Georges Bernanos)

In questo tempo di sonnambulismo spirituale, è urgente riflettere e confrontarsi su tematiche che possano risvegliarci dal torpore e dall’indifferemza e dal bieco cinismo che ci fa sprofondare nell’informe.

   Svegliati o tu che dormi! (Lettera agli Efesini 5, 14)

“Santità” è una di quelle parole che è stata etichettata, circoscritta da filo spinato, e dunque incapsulata in un concetto definito, in uno stereotipo: santo = aureola, ceri, processioni e santini, il tutto accompagnato spesso, purtroppo, da tanto fanatismo.

Occorre precisare che la Chiesa canonizza alcune persone che hanno praticato in modo eroico il Vangelo e li indica come maestri e modelli. Ma non tutti i santi vengono canonizzati, così come non tutti gli artisti sono inclusi nei libri di storia dell’arte.
Va inoltre specificato che la stessa Chiesa, sia nell’insegnamento di tanti santi, sia come Istituzione, e in modo inequivocabile nel Concilio Vaticano II, esplicita la “Chiamata universale alla santità”. (Lumen Gentium)
Questo pronunciamento è molto importante perché, con la scusante che non potremo mai essere eroi, né martiri né perfetti come i santi ufficialmente canonizzati, ci comportiamo come se l’argomento “santità” non ci riguardasse.

Sono venuto perché abbiate la vita e l’abbiate in abbondanza.(Giovanni 10, 10)

Il dono della vita, della pienezza della vita il Cristo vuol farlo a chiunque ascolta la sua parola, non solo a qualcuno. Pienezza di vita Plénitude d’être.

Questa pienezza di essere è un’attesa dell’uomo, un’esigenza profonda di ogni essere umano, se solo ascoltassimo il nostro profondo… E forse proprio perché ci disconnettiamo dal nostro profondo avvertiamo il male di vivere, il vuoto, il non senso…

A questo proposito, desidero condividere un testo, una fra le molte trascrizione di una preghiera orale dei Navajos, un gruppo di nativi americani, proprio per indicare che l’urgenza del sacro, l'attesa di una divinità è nel cuore di ogni uomo:

           «Con un vuoto di fame in me Io cammino, cibo non potrà riempirlo,

con un vuoto di spazio in me Io cammino, nulla potrà riempirlo

con uno spazio di tristezza in me io cammino, nessuno lo calmerà per sempre.

Solo, per sempre triste io cammino,

per sempre vuoto, per sempre affamato io cammino.

Con dolore di grande bellezza I

Io cammino con vuoto di grande bellezza, Io cammino.

 

Ora con un Dio io cammino, ora i passi muovo tra le vette.

Ora con un Dio, io cammino a passi di gigante oltre le colline.

Io sono una preghiera in cammino.


Mai solo, mai piangente, mai vuoto sul cammino delle età antiche

sul sentiero della Bellezza, io cammino».

Dal testo emerge il vuoto e il non senso dell’uomo senza Dio e la trasformazione in “preghiera in cammino” quando si vive alla presenza di Dio.

Possiamo parlare pertanto di una santità laica e di una santità che, in quanto fa riferimento al Dio di Gesù Cristo, viene canonizzata ufficialmente.

Ciò che conta è innazitutto “vivere da viventi”. Sembra un gioco di parole, ma non lo è…

«Dunque vi credete vivo? La vostra vita interiore porta il segno meno. La vostra mediocrità, figlio mio, tende al niente». Così inizia L’impostura, che ha come protagonista l’abate Cénabre, un prete “impostore”; si tratta di un romanzo di Bernanos, da sempre ossessionato dalla menzogna e dalla vita vissuta nelle apparenze.  

Vivete finché siete vivi, scriveva Jean Sulivan.
Gloria di Dio è l’uomo vivente, affermava sant’Ireneo di Lione.

La prima tappa di un cammino di crescita umana, prima ancora che cristiana, è avere consapevolezza della propria identità, del proprio volto, della personale vocazione. Se non sappiamo chi siamo, come faremo a sapere dove e come andare?

 ‒ Il “Conosci te stesso” di Socrate, è un monito sempre valido.

  Un giorno, da qualche parte, in qualche luogo, inevitabilmente incontrerai te stesso, e questa, solo questa, potrà essere la più felice o la più amara delle tue giornate. (Pablo Neruda)

Chi sono? Che senso ha la mia vita? Cosa devo fare per essere di più?

Seguono alcune citazioni di Bernanos sul tema di una vita interiore ignorata:

Noi non ci conosciamo, il peccato ci fa vivere alla superficie di noi stessi». (Notes 1948)

Molti uomini non impegnano mai il loro essere, la loro sincerità profonda. Vivono alla superficie di sé stessi. (Journal d’un curé de campagne)

La grande miseria del mondo moderno è che in esso l'uomo sociale soffoca sempre l'uomo vero, l'uomo interiore».  (Le Chemin de la Croix-des-Âmes)


1. Bisogno di pienezza Ricerca della nostra identità per capire chi siamo e quali sono le nostre attese e quale strada seguire per crescere.

°    °    °   

A Palermo, insieme alle banche e ai ristoranti prolificano i Centri Benessere. Questo indica come insieme al denaro e al cibo ci sia l’esigenza di far star bene il proprio corpo. E altresì prolificano i centri radiologici, per prevenire possibili patologie pericolose per il nostro organismo. Per non parlare della figura del nutrizionista, per un numero sempre più alto di persone ormai considerato necessario. Se tutto questo non fosse vissuto in modo ossessivo potrebbe pure andar bene: prendersi cura del corpo è diritto e dovere. Ma non siamo solo corpo.
Come non ricordare l’umanesimo integrale di Jacques Maritain?

Siamo anche intelligenza che dobbiamo nutrire con la conoscenza e non con l’informazione;
siamo anche cuore, che dobbiamo nutrire con relazioni quanto più possibile autentiche e diversificate;
siamo anche interiorità, spirito, anima, che richiedono anch’essi un’adeguata “alimentazione” e prevenzione.

Purtoppo trionfa ciò che è alla moda, illusorio, quel che appartiene al mondo delle apparenze, mentre per ciò che concerne il mondo interiore, siamo per lo più analfabeti... Siamo anaffettivi, indifferenti, irrispettosi, disattenti, incapaci di ascolto e di stupore.

Dovremmo occuparci di rafforzare anche i muscoli dell’anima, sapere quali sono gli alimenti più adatti per la nostra interiorità, valutare ciò che ci crea disfunzioni e “allergie”, per evitare di andare in shock anafilattico, vivendo da uomini non da «mezz’uomini, ominicchi e, troppo spesso, da quaquaracqua», per dirla con Sciascia.

Spesso viviamo da morti, non da veri viventi.
Vive da morto chi vive nelle apparenze, nel compromesso, nella menzogna.
Vive da morto, chi vive per primeggiare, incurante del vero bene, della verità e della giustizia.

 

 2. Conoscersi per essere coerenti con se stessi.


Bernanos affermava che «la più grande delle disgrazie del mondo moderno è una cospirazione contro la dimensione dell'interiorità».

Cerchiamo la felicità, cerchiamo il benessere, cerchiamo la quiete, la pace e però dobbiamo chiederci: ma quale pace, quale felicità, quale benessere? A guardarsi intorno sembra che tutti siano scontenti, aggressivi, sembra che a tutti manchi qualcosa… e in effetti nella nostra società del cosiddetto “benessere” si può affermare che "abbiamo tutto ma ci manca l'essenziale": ecco il perché del dilagante e mortifero “malessere”.

 

3. Il ruolo della Coerenza.

Essere coerenti con se stessi, con la propria identità più profonda, richiede un confronto, ed è qui che ci si scontra con la difficoltà. Ma è solo nella fatica, nel rischio del confronto con gli altri che ci conosciamo. È solo nel dialogo oltre che con noi stessi, anche con gli altri, col mondo, con la natura, con Dio che cresciamo e camminiamo. Non si cresce guardandosi allo specchio.
Ciascuno di noi è unico e unico è il cammino della sua crescita.
Non siamo sovrapponibili, non siamo intercambiabili.
Non possiamo imparare né l'amore né la fede se non amamdo e credendo...

Fondamentali pertanto sono le relazioni umane, la capacità di ascolto e la capacità di comunicare. Ecco perché è importante la cura delle parole, così come la cura dello sguardo e l’impegno ad essere “trasparenti”…

Ne I Grandi Cimiteri sotto la luna, Bernanos propone un testo davvero significativo, in particolar modo per coloro che si proclamano credenti solo perché frequentano la chiesa e "recitano le preghiere"…
Lo scrittore immagina che nel giorno della festa di santa Teresa di Gesù Bambino venga proposto ad un agnostico di tenere il sermone
Il sermone dell'agnostico, di cui vi leggo solo uno breve stralcio:

Devoti e devote, devo confessarvi che il vostro vocabolario fa sognare noi non credenti.

Per esempio, quel termine misterioso: stato di grazia. Quando uscite dal confessionale siete in “stato di grazia”. Stato di grazia. E che vi devo dire? Non si vede proprio. Noi continuiamo a chiederci: Ma che ne fate della grazia di Dio? Ma dove diavolo la nascondete la vostra gioia?

Ve ne prego, vivete il Vangelo!

Il testo, nella sua interezza, andrebbe meditato e manducato; lo trovate nel mio blog Parole per raccontare.


4. Coerenza e testimonianza.

Responsabilità e impegno per essere segno di ciò che siamo, di ciò in cui crediamo.

Io sono responsabile della mia rosa.(Saint-Exupéry) 

Testimoniare la buona notizia del Vangelo non equivale a pronunciare formule catechetiche, scollate dalla nostra esistenza.

Affermava Charles Péguy, scrittore francese, un poeta del primo Novecento che la santità è uno stile di vita: ciò che conta non è essere chiamato o nominato santo, ma vivere da santo.


Ci sono certi uomini che non fanno rumore, che non si fanno notare, ma che sono la spina dorsale del mondo. La loro santità sta nel vivere secondo la verità senza compromessi.
I santi sono uomini ordinari che custodiscono l'eterno
. (Il mistero dei Santi Innocenti)

E la santità vera traspare, trasuda dalla persona che custodisce l’eterno.
Ci sono dei tratti nel volto, nello sguardo, nelle parole, che dicono più di molti discorsi. Attenzione, benevolenza, umiltà, gentilezza e sorriso.

Un santo triste è un triste santo! affermava giustamente san Filippo Neri.

C’è una splendida terzina di Dante che ci ricorda l’importanza dell’accoglienza e della benevolenza nei confronti di chi incontriamo nel nostro cammino. Altro che indifferenza, invidia, aggressività…

            «E poi che la sua mano a la mia pose

con lieto volto, ond’io mi confortai,

mi mise dentro alle segrete cose». (Inf III, 19-21)


Benevolenza e ascolto dovrebbero essere tratti caratteristici di chi vuol fare un cammino di maturità interiore, di crescita spirituale e non può restare indifferente a chi gli sta accanto.


Non nel Vangelo, ma nel Libro dell’Esodo (23,5), centinaia e centinai di anni prima di Cristo, si legge:
«Quando vedrai l’asino del tuo nemico accasciarsi sotto il carico guardati bene dall’abbandonarlo, ma aiutalo a rialzarsi». (Libro Esodo 23,5)


Ma quanto siamo lontani dal vivere anche solo umanamente, figuriamoci cristianamente!


5. Coerenza e Cura.

I CARE – Mi prendo cura… altro che “Me ne frego, io mi faccio i fatti miei

A proposito di “coerenza”, due esempi di laici:
  Léon Bloy, uno scrittore francese del Primo Novecento, la cui testimoninaza fu decisiva per Jacques e Raïssa Maritain;
 Thomas Moore, cancelliere, lord, giurista e umanista, condannato a morte da Enrico VIII per la sua coerenza alla giustizia  e ai valori catttolici, e poi canonizzato.

Dunque santità come pienezza di vita, si diceva.
Ma se parliamo di vita occorre parlare anche di morte, non per rattristarsi, piuttosto per vivere in modo più autentico e fecondo.

Cosa resterà di noi quando il nostro corpo non sarà più in cammino su questa terra? Resteranno le tracce che lasciamo nel cuore degli altri, la presenza della parte di noi profonda non più sovraccaricata dalla fisicità, ma solo ciò che abbiamo davvero vissuto e donato.       

Vorrei citare un brano tratto da Bernanos, in cui tutti possono ritrovarsi:

  Il santo è colui che sa trovare in se stesso, che sa far sgorgare dalle profondità del suo essere l'acqua di cui il Cristo parlava alla Samaritana. Essa è in ciascuno di noi, la cisterna profonda aperta sotto il cielo. Senza dubbio la superficie è ingombrata da cocci, rami spezzati, foglie secche, da cui sale un odore di morte. Su di essa brilla una specie di luce fredda e dura, che è quella dell'intelligenza logica. Ma al di sotto di questo strato malsano, l'acqua è subito così limpida e così pura! Ancora un po' più in profondità e l'anima si ritrova nel suo elemento natale, infinitamente più pura dell'acqua più pura, questa luce increata che bagna la creazione intera – in Lui era la Vita e la Vita era la Luce degli uomini.
(Georges Bernanos,
La Liberté pour quoi faire?)

 

6. Parola di Dio.

Le parole umane non ritengo che siano sufficienti a condurci nel più profondo di noi, in quell’Oltre né verso quell’Altro a cui, forse anche incosciamente, aspiriamo… Ecco l’urgenza della Parola di Dio, della Parola che guarisce, che illumina, che rende liberi.

 ‒ Lampada per i miei passi è la tua parola. (Salmo 119, v.105)
Signore da chi andremo? Tu solo hai parole di Vita eterna. (Giovanni 6,68)

Ruolo determinante nella crescita spirituale ha la familiarità con la Parola di Dio, che ci assicura una trasformazione interiore, una vera rinascita.

Essere autenticamente sé stessi non credo sia possibile senza la quotidianeità col sacro nella nostra esistenza, senza un dialogo costante con il Tu divino.
È la presenza di Dio nel nostro vissuto che ci dona la forza di attraversare la tempesta, l’energia  di danzare sotto la pioggia, la certezza sperata che «in fondo alla notte sorgerà un’altra aurora».

In ambito fisico, oggi si è sempre più convinti che “la nostra salute dipende da ciò che mangiamo”. Il cibo viene assimilato e diventa parte di noi. Ma forse si dimentica  o si ignora  che lo stesso avviene in ambito interiore.
Noi siamo ciò che vediamo, ciò che ascoltiamo, le parole che leggiamo, che diciamo… Tutto ciò che viene dal di fuori alimenta la nostra interiorità nel bene o nel male. Ma stiamo attenti a tutto questo? Ci preoccupiamo del “cibo” che mangiamo, dei virus spirituali, ci occupiamo di ciò che avvelena e inquina i nostri sentimenti, pensieri, scelte?
Ci preoccupiamo di saper individuare quel che ci dona la salute interiore?

Ecco, la Parola di Dio è nutrimento dell'anima. Diceva san Gregorio Magno che «le parole di Dio crescono con chi le frequenta con amore».

Quando una canzone o un verso entrano nella vostra storia personale perché ci ricordano una persona, un evento, un momento particolare… ripetiamo quelle parole e ogni volta, anche se sono le stesse, non sono più le stesse, hanno acquisito un altro spessore… Si avverte più intensamente quel ricordo, quell’emozione, quel sentimento, quel frammento di vita che diventa sempre più carico di significato.

Così è della Parola di Dio, che non basta solo conoscere, ma che occorre meditare, approfondire, manducare, ripetere e condividere… Se così facessimo, assisteremmo alla nostra interiore trasformazione, perché la Parola fa nascere e crescere in noi «gli stessi sentimenti che furono di Cristo Gesù…». (Lettera ai Filippesi 2,5)

E questa è la coerenza. E questa è la santità.
Ma questo cammino di conoscenza, di crescita e rinascita richiede l’umiltà.

Nella lampada del nostro cuore è sempre l’olio dell’umiltà che nutre la fiamma della carità.
   (santa Caterina da Siena, Lett. 112)

 Camminare nella carità, come ci propone il Vangelo, certo non è agevole, ma, oltre la “porta stretta”,  ci promette la vita, la pienezza della vita.

Viva sarà la mia vita tutta piena di te». (sant’Agostino)

C'è urgenza di risveglio della parte profonda del nostro essere che è assopita, spesso drammaticamente inquinata. Occorre scegliere di cominciare o ricominciare il cammino per andare sempre più avanti verso la nostra verità più profonda e sperimentare lo spirito delle Beatitudini, la «Buona notizia del dolore divinizzato». (Bernanos)

 

7. Sintesi.

Santità. Pienezza di vita.
Identità. Necessità di conoscere se stessi, la propria vocazione.
Coerenza. Impegno a essere fedeli a sé stessi, agli altri.
Urgenza di essere alimentati dalla Parola di Dio, la Parola che salva.

Vorrei chiudere questa accozzaglia di spunti e citazioni con una sigla che in sole quattro parole sintetizza questo testo: a volte più che un’elucubrata disquisizione possono essere utili poche parole su cui ritornare con attenzione.


Ecco la sigla che propongo:  
S. C. P. R.  =  SII COERENTE PER RINASCERE



 

 

17 gennaio 2023

OCCHI DI CIELO

 

16 gennaio 2023, una giornata fortemente significativa per la città di Palermo, una giornata che ne rivela la sua identità più profonda, ossia quella di essere la città degli estremi:
- al mattino, dopo 30 anni di latitanza, viene arrestato un uomo che ha seminato terrore, violenza e morte: al momento dell'arresto, intorno a lui, volti occultati da cappucci neri, pistole e un clima di paura e odio;
- di sera, una folla straripante,
con cuore e volto riconoscenti, accompagna dalla Cittadella del Povero - da lui sognata e realizzata - alla Cattedrale, un altro uomo che da 30 anni ha dedicato la sua vita ai diseredati e agli emarginati di questa città, donando pane, accoglienza e vita, e creando nella nostra Palermo, con la sua sapienza lungimirante e le sue mani nude, dei luoghi di speranza e di autentica umanità.

Sì, in modo forte e inconfutabile, direi inquietante, il 16 gennaio, nell'arco di una giornata, i due volti estremi della nostra Palermo, contraddittori, erano entrambi presenti...
Ma il fiume di persone che ieri sera ha accompagnato fratel Biagio è conferma che l'amore, quello vero, vince tutto.
Nonostante le testate giornalistiche e televisive abbiano preferito dare la scena a persone e cose che intrecciano le fila del male e della violenza, i partecipanti al corteo erano tutti accanto a fratel Biagio per dire ciascuno il proprio grazie, perché tutti, in modo diverso, abbiamo ricevuto qualcosa da quest'uomo che non aveva nulla tra le mani se non la sua fede e il suo sguardo/sorriso accogliente, benevolo e stracolmo di Luce..

Grazie fratello Biagio, perché ci hai dimostrato che per dare non bisogna "avere" delle cose, non è necessario essere potenti, conta soltanto essere umili e amare la giustizia, vivere la fede con la sapiente consapevolezza che siamo tutti fratelli.
Ieri sera, con te in processione verso la Cattedrale, gente di ogni estrazione sociale, di ogni età, etnia, colore e religione, a cui tu continui e continuerai a dire: «Coraggio! Coraggio e Pace! Ciascuno faccia la sua parte».

Il mio grazie, fratello Biagio, per avere vissuto pienamente la tua vocazione e avere incarnato con passione e responsabilità gioiosa e coraggiosa quei valori in cui credo: fede, speranza, carità, fratellanza, partecipazione, azione concreta nella comunità in cui si vive.

Veglia sulla nostra Palermo 🙏

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* Non inserivo un articolo sul blog da molto tempo. La pioggia di grazia ricevuta durante la fioccolata mi ha risvegliato...
* Foto da me scattata il 20 dicembre 2014, in occasione di "Una coperta per Biagio", una iniziativa organizzata da Partecipalermo a favore della Missione Speranza e Carità.