01 agosto 2026

LE FESTE PATRONALI, GLI ANZIANI E LA MEMORIA

«Nelle manifestazioni della pietà popolare si conserva la memoria di un popolo, la fede vissuta dai padri che la trasmettono ai figli come un bene prezioso.» (Papa Francesco)




1. Il rispetto e una sana curiosità per ciò che è diverso da noi.

Le feste patronali possiedono un loro ritmo ancestrale, una sintassi antica e una storia che chiede anzitutto di essere rispettata. 

Di fronte alle manifestazioni di devozione popolare e al loro rituale talvolta incomprensibile per "i non addetti ai lavori", c'è il rischio di reagire barricandosi a distanza con un giudizio distaccato o addirittura sprezzante.

C'è chi rifiuta persino di guardare un video o una foto, etichettando tutto come qualcosa di arcaico e distante dalla realtà. 

A pensarci bene, questo atteggiamento è simile a quello di chi rifiuta a priori di assaggiare un piatto mai provato prima, liquidandolo con un superficiale "non mi piace", senza averlo mai provato e dunque senza sapere neppure di cosa si tratta. Quale limitazione mortificante! Rifiutarsi di assaporare qualcosa di nuovo solo per il timore che possa non risultare gradito, quasi non ci fosse un sapore, una bellezza, una verità oltre il proprio gusto e le personali conoscenze!

Una tradizione, un piatto, un'idea, una realtà ignota, in qualunque ambito, non ci chiede di essere condivisa a priori, ma di essere "assaporata" con umiltà: accostarsi a una festa popolare diversa dalla nostra sensibilità è un atto di rispetto culturale, che ci permette di scoprire come altri essere umani, prima di noi, hanno sperimentato la gioia, il sentimento religioso, la gratitudine, il senso di appartenenza.


2. La memoria rifiutata in una società utilitaristica.

Le feste patronali raccontano infatti una storia, sono testimonianze indiscutibili di una tradizione trasmessa da una generazione all'altra, dunque raccontano qualcosa di vero, di realmente accaduto, esattamente come la raccontano – o vorrebbero raccontarla – gli anziani. 
Occorre tuttavia amaramente constatare che viviamo in una società utilitaristica, dominata dalla dittatura dell'"oggi e subito", dove si cade nel paradosso di sentirsi "attuali" e "moderni" sradicandosi dalle proprie radici. 
In nome di una zoppicante autosufficenza, ci si illude di poter vivere il presente cancellando il ricordo di ciò da cui si è stati generati, la gratitudine nei confronti di chi si è preso cura di noi.

È la memoria che dà spessore al presente, ma purtroppo questo convincimento oggi non è diffuso. Prevale l'idea che la memoria del passato non abbia nulla da insegnare.

 Succede con le feste patronali, con gli anziani di casa, ma anche con la cultura classica: 
​– E a cosa mi servirebbe oggi studiare il greco o la filosofia?
Con una domanda apparentemente innocua s'inceneriscono secoli di storia, di arte e intere civiltà in cui affondiamo le nostre radici. ​Tale disinteresse per le radici, per la storia, per la memoria e – aggiungerei – per il senso profondo dell'esistenza, si sperimenta nelle comunità cittadine così come purtroppo talvolta capita anche nelle famiglie, nei confronti degli anziani: "cappotti fuori stagione" e, comunque, fuori moda... Inutili e ingombranti. E non c'è neppure una ditta di smaltimento che se li venga a prendere!

Opportunamente, papa Francesco ha ricordato piu volte nel suo magistero il ruolo significativo degli anziani, e in particolare dei nonni, nella crescita dei giovani.

​«I nonni sono gli anelli della catena tra le generazioni per trasmettere l'esperienza della vita e della fede.» (Papa Francesco)

​Viviamo in una società utilitaristica, dove ciò che non produce un utile immediato viene percepito come qualcosa da eliminare. In questo disumano ingranaggio non c'è più spazio né per le feste patronali né per la voce degli anziani, perché entrambi non rispondono alle mode di turno o alle esigenze immediate, né promettono profitto o successi: sono solo dei custodi della memoria.

​Certo è alquanto paradossale che, in un tempo in cui viene stimata preziosa, in modo quasi ossessivo, la memoria digitale – quella dei computer, dei processori e dei cellulari –, ci si disinteressi in modo plateale della memoria della storia umana, fatta di carne, di esperienze, di sacrifici, di speranze e di volti.

​Prendere le distanze da ciò che è stato, solo perché drasticamente giudicato antiquato e distante dai nostri gusti, equivale a desertificare il presente e a incamminarsi verso un futuro sempre più insignificante e illusorio.


3. L'esperienza di Capizzi: fede, storia e liberazione.

​Questa riflessione nasce dall'aver partecipato di recente alla festa patronale di san Giacomo a Capizzi, un paese sui monti Nebrodi. Si tratta di una devozione molto antica, che risale al periodo medioevale, che è stata custodita e tramandata fino ad oggi e che culmina con una coinvolgente e molto partecipata processione che si svolge il 26 luglio di ogni anno.

​Per la processione, il simulacro di San Giacomo viene collocato in una imponente vara in legno, portata a spalla da decine e decine di giovani devoti per percorrere – con una curiosissima andatura fatta di un andare avanti e poi ritornare velocemente indietro – le vie del paese, fino alla "Piazza dei Miracoli". Qui si compie il rito culminante: i portatori prendono la rincorsa e spingono con forza la vara parecchie volte, contro un muro adiacente alla chiesa di Sant'Antonio, fino a farlo crollare. Questo rito sta a simboleggiare la liberazione dal male e la vittoria su ciò che opprime.

​Vedere le nuove generazioni farsi carico di questo sforzo titanico dimostra come la memoria possa essere vissuta non come un reperto da museo, ma piuttosto come una ricchezza da accogliere e trasmettere da padre in figlio.

Ne emerge una significativa constatazione: il passato, con la sua ricchezza, ha l'energia di creare ponti tra le generazioni, ma anche tra i paesi limitrofi. A partecipare alla festa di san Giacomo infatti non erano presenti solo i Capitini, ma tantissimi devoti convenuti dai paesi vicini. Energia, unità, senso della festa, nella fedeltà a un rito.

In questi tempi drammaticamente frammentati, sperimentare questo coinvolgimento generalizzato è stato molto arricchente.

​Eppure ho constatato indifferenza, disinteresse o addirittura fastidio da parte delle persone a cui mi rivolgevo con entusiasmo per condividere questa esperienza:

Ma che sono pazzi?
Ma queste cose non mi interessano!
Roba del Medioevo!?!
E  altre affermazioni similari.

​Indubbiamente le numerose caciotte penzolanti attaccate sulla vara possono lasciare perplessi, ma occorrerebbe conoscerne il significato prima di criticare: tutte quelle caciotte saltellanti vogliono essere infatti un segno di fedele ringraziamento per la liberazione dalla fame.


Ma... già! Oggi viviamo nel tempo del "mi piace/non mi piace", sempre a cercare la fotocopia di noi stessi, quando spesso neppure sappiamo chi siamo davvero.

 

4. Spostarsi per non bruciare: la lezione delle piante.

​Questa riflessione è intimamente connessa con un'altra considerazione che ho fatto sul mio balcone.

​Quando d'estate mi allontano dalla casa di città per andare in montagna, per evitare che il sole picchi sulle piante, le sposto in una veranda, dove arriva la luce e dove vengono così riparate dali raggi diretti del sole.
Ci sono però alcune piante che non posso spostare, come le succulente pendenti: i loro lunghi tralci sono così ricchi e fragili che si spezzerebbero irrimediabilmente. Sono pertanto piante costrette a restare sul balcone, esposte al sole rovente che le brucia e le inaridisce.
​Guardandole, dispiaciuta di non poterle trasportare in veranda, ho pensato agli esseri umani che, a differenza di queste piante, hanno la possibilità di scegliere di muoversi, di esplorare nuovi spazi, di conoscere nuove storie e che preferiscono invece rimanere nel proprio spazio, soddisfatti delle proprie certezze. 
Ma se si rimane immobili a coltivare soltanto ciò che già si conosce, bloccati nel proprio piccolo orticello, succederà come alle mie succulente: ci si ritroverà rinsecchiti per essere rimasti immobili.

«Colui che viaggia ha bisogno di vedere la notte e le stelle, non di rimanere fermo nella sua dimora.» (Antoine de Saint-Exupéry)
Già, non sono "i sedentari del cuore" a creare novità, a seminare bellezza, a generare vita.

​Scegliere di fare nuove esperienze, di non limitarsi al déjà vu, al sapore conosciuto o alla moda del momento, accettando invece di confrontarsi con tutte le realtà possibili, significa esercitare la capacità di spostarsi dal proprio centro, di uscire dai propri schemi per allargare l'orizzonte e arricchire quanto più possibile la propria umanità.
L'anima, per rimanere feconda, ha bisogno di muoversi, di uscire da sé e di rischiare l'incontro con l'inatteso.

Il Vangelo ci sollecita con sapienza: «Duc in altum!» Prendi il largo. Rischia di spingerti in alto, in profondità e in lontananza. Ritrova lo stupore e reimpara a meravigliarti dinanzi a ciò che non conosci, per vivere da vero Vivente.



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