09 luglio 2026

L'ATTENZIONE NON PUÒ ELIMINARE L'IRREVERSIBILE


Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati.

Matteo 10,30

 

 



​   Esiste una presunzione sottile che subdolamente potrebbe infiltrarsi nelle fessure dell'anima delle persone che s'impegnano ad essere attente e precise: l'illusoria presunzione che l'accuratezza estrema possa evitare gli errori e realizzare compiutamente i progetti.

​  Ma la vita, talvolta, s'incarica di frantumare questa certezza attraverso un paradosso molto doloroso: compiere un danno irreparabile non per distrazione, ma per un eccesso di cura. Voler correggere un dttaglio minimo, magari non essenziale, e ritrovarsi a causare un danno ben più serio, divenendo così responsabili di una situazione irrisolvibile.

  ​Sperimentare l'impotenza a ricucire i frantumi, provare insieme mortificazione e incredulità davanti a qualcosa su cui non si può più intervenire è un'esperienza che sconquassa nell'intimo. Si sa in coscienza di aver agito con dedizione, eppure il risultato è disastroso. È qui che il rapporto tra la nostra attenzione e l'ineluttabile si rivela in tutta la sua knelt-complessità.

​Il limite del controllo e l'inganno della perfezione.

​  Ci sono eventi tragici che subiamo e che non dipendono da noi, come la malattia o la perdita delle persone care; ma ci sono anche "disastri" di cui siamo noi stessi, involontariamente, la causa. La tentazione, in questi casi, è quella di giudicarsi negativamente per aver comunque sbagliato, ma subentra altresì un logorante dubbio sull'esser stati eccessivi nella cura del dettaglio perfetto.

​  Il versetto evangelico succitato, che ricorda come persino i capelli del nostro capo siano contati, invita a ridimensionarci in modo autentico. Se tutto è già custodito in un disegno più grande, è forse da esaminare la nostra pretesa di controllare ogni millimetro del reale. Non abbiamo il potere di dominare il risultato positivo di ogni nostra azione.

​  L'attenzione è un dovere umano e una forma di giustizia verso gli altri, ma non deve mai scantonare nell'ossessiva pretesa di eliminare l'imprevisto o l'irrisolvibile.

​L'arte di accogliere l'irreversibile.

​  Come si armonizzano, allora, la tensione verso il giusto e l'accettazione del fallimento? La risposta sta nella capacità di accogliere anche ciò che abbiamo rovinato, nostro malgrado. Essere in pace con se stessi non significa essere infallibili, ma saper fare spazio alla nostra fragilità.

​  Quando il danno è compiuto e la situazione diventa irrisolvibile, l'unica vera libertà rimasta è quella di accettare il limite e esaminare la propria coscienza sotto lo sguardo di un Dio che è Misericordia. Sapere nell'intimo che il "pasticcio" è avvenuto, che seppur inconsapevolmente ne siamo la causa, ma che per ciò che è accaduto non siamo giudicati negativamente.

​  Solo accogliendo ciò che è così com'è e cercando di far tesoro di quella dolorosa esperienza, sarà possibile ritrovare quella saggia pace interiore che non pretende di essere perfetta, ma semplicemente umana, perché carezzata dallo sguardo divino.

  Come non ricordare le ultime e indimenticabili parole del Curato di Ambricourt, nel Diario di un curato di campagna di Georges Bernanos: 
«Il mio combattimento ha avuto fine. Sono riconciliato con me stesso

  Parole da leggere e meditare. Parole da manducare e vivere.

​– Neppure una presunta perfetta precisione può garantirci l'infallibilità. La vera saggezza inizia dove finisce la nostra pretesa di controllare il reale.

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