«Tutto è Luce e l'anima è leggera quando si è consegnato tutto nelle mani di Dio».
Una ventina d'anni
fa,
ricevetti una cartolina raffigurante una distesa
marina
stupenda, illuminata dalla
luce luminosissima di un astro argentato, su cui, con caratteri bianchi
come la spuma del mare, era scritta la frase succitata.
Allora
non conoscevo Raïssa se non in quanto moglie
del ben più noto filosofo
Jacques Maritain. Quella parola-messaggio,
così vero e trasparente, mi
penetrò nell'intimo. Ero
ben lungi dal sapere che quella frase esprimeva il nucleo dell'essere più profondo di
Raïssa.
Luce
e Leggerezza: due segni inconfutabili di chi vive dello Spirito di Dio, di chi
si offre liberamente e costantemente,
per riceversi come Dono dal Padre e
donarsi
a quanti s'incontrano sul
cammino.
Poco
conosciuta,
in particolare in Italia, Raïssa Maritain ha vissuto la pienezza del suo essere donna, profondendo la sua squisita femminilità in ogni realtà da lei vissuta: dolce sposa di Jacques e affettuosissima sorella di Vera manifesta la sua tenerissima capacità materna nella generosa Accoglienza verso chiunque si rivolge a lei.
La
sua
urgenza di Verità alimenta
un corretto
uso della ragione, così come
il gusto per la Bellezza la rende amorosamente attenta ad ogni forma artistica, equilibrando
costantemente
le ragioni del cuore con
quelle dell'intelligenza.
Ed
è la vita di preghiera ricercata,
vissuta, amata, che alimenta e sostiene Raïssa, armonizzando felicemente
tutte le sue capacità umane.
La preghiera è
la linfa della sua esperienza di donna, di cristiana, di
intellettuale, di scrittrice, ed è
in questo quotidiano e intimo incontro con il suo Dio, che riceve Forza e Luce
per sé e per chi le sta
accanto.
Nella
prefazione
al Journal, pubblicato postumo nel 1963, Jacques definisce la moglie «un'anima innamorata
di Dio e tuttavia presente
con instancabile carità alla
vita del mondo».
Vorrei
partire
da questa affermazione, per abbozzare una riflessione sul tema dell'amicizia in Raïssa, così come viene testimoniato nei suoi scritti e,
in particolare, ne Les Grandes Amitiés.
L'isolamento,
vissuto
come frutto di esasperata autosufficienza o come sterile sfiducia
nei confronti del prossimo, ritengo posa considerarsi una fra le più preoccupanti miserie per la persona umana.
«Non è bene che l'uomo sia solo»,
si legge nel cap. III del Genesi e la Verità di questa Parola è facilmente sperimentabile da parte di tutti: ciascuno sa quanto è buio un giorno senza un ”tu” e come, al contrario, nello sguardo di chi
ci ama
è dato di ritrovare la luce del cielo e quell’energia capace di liberare tutta la verità che
è in
noi.
In
questa
prospettiva, considero interessante riflettere sull'esperienza dell'amicizia
così come Raïssa l'ha vissuta. Non si tratta infatti
solo di mettere insieme dei dati che riguardano una personalità certamente di rilievo nel
mondo culturale della Parigi degli
anni
venti. Si vogliono piuttosto proporre
spunti, che possano
suggerire un approfondimento
di una delle componenti più delicate, affascinanti e
vivificanti dell'esperienza umana: l'amicizia.
L'amicizia
comporta, come atteggiamento profondo dell'essere, una capacità di uscir fuori da sé, per stabilire una comunicazione autentica con l'altro; comunicazione interpersonale, che si realizza nel dono gioioso, sincero, gratuito del
proprio essere, dono sperimentato come sorgente di
arricchimento e crescita dei due amici.
I
due, che s'impegnano a vivere
un dialogo vero, sono persone che
scelgono di andarsi incontro,
per aiutarsi a ri-conoscere la loro più profonda
identità, ri-cercando
insieme la Verità, in cui, solo, è possibile ritrovarsi.
L’attenzione
e la sollecitudine per
l'altro, la capacità di ascolto
autentico sono fra le componenti essenziali del dialogo che, variamente
praticato, è lo spazio in cui si realizza l'amicizia: dialogo degli occhi, del
cuore, dell'intelligenza, dello spirito. Ogni
amicizia nasce col dialogo e
in esso si alimenta e cresce,
dilatando sempre più la persona verso orizzonti imprevedibili. È la Novità dell'Amore.
E
perché si realizzi un vero dialogo
è richiesta la semplicità del cuore, quell'essere
se stessi e quel donarsi senza
maschere e senza riserve, che è
proprio solo di chi si impegna
a vivere sempre alla Presenza di Dio.
È
infatti solo in Dio la fonte di ogni vera umiltà e di ogni verità. È solo nello
sperimentarlo come Padre che possiamo, ogni
giorno, lasciarci formare sempre più 'bambini ', semplici e puri e quindi capaci di
piangere e ridere insieme, di morire nel dono di sé, di ri-nascere nell'accogliere l'altro.
La
vita spirituale di Raïssa[1], che la generosità di Jacques ha fatto conoscere a tante persone, pubblicando il Journal, è strutturata sull'offerta sempre più plenaria di sé a Dio, che
si visibilizza in una dedizione
silenziosa e attiva verso tutte le
persone che incontra.
Ogni esperienza
spirituale di incontro con Dio percorre un cammino obbligato: la preghiera.
La
preghiera è il cammino di amicizia con Dio; è lo spazio in cui il dialogo si
ap-profondisce, s'intimizza e va divenendo sempre più vivificante e trasformante, perché suggerisce, ogni istante, in modo più coinvolgente, il far propria l'esperienza di Gesù: essere Uno col Padre lodandolo e Uno con i fratelli servendoli nell'Amore.
Possiamo certamente considerare il tempo che Raïssa dedicava all'orazione
la Fonte
da cui scaturiva l'instancabilità e la gioiosa perseveranza del dono di sé a quanti
incontrava.
Dolcemente
paziente e luminosa di una limpidezza
profonda, segno delle anime pure,
Raïssa «è sempre vissuta
per
la Verità. Dove
non c'è Bellezza si sente soffocare, non può
vivere».[2]
I suoi
grandi occhi, dallo sguardo penetrante e
intensissimo, sono gli
occhi di una donna che è accoglienza:
Raissa non chiede per sé, ma seriamente disponibile
al dono di sé a Dio, non si stanca mai
di accogliere nella sua casa e
nella sua persona i “cercatori
della Verità”, perché ciascuno
possa incontrare Dio e, in Lui, il
senso del proprio essere persona capace di dialogo.
I numerosi e profondi rapporti di amicizia vissuti da Raïssa, alcuni dei quali sono descritti mirabilmente ne Les Grandes Amitiés, testimoniano che il suo cuore, scavato a profondità abissali dall'Amore di Dio, è capace di essere-verso gli altri infinitamente, di «farsi tutto a tutti»[3], dilatandosi a dimensioni smisurate.
Occorrerebbe tracciare
un
profilo spirituale di Raïssa, per comprendere come abbia vissuto
l'amicizia e il ruolo di questa esperienza nella sua esistenza:
«I nostri amici fanno parte della nostra vita e la nostra vita spiega le nostre amicizie.»[4]
Mi
limiterò
qui a sottolineare un aspetto costitutivo dell'amicizia: l'ospitalità, che Raïssa ha
certamente
vissuto in modo privilegiato
e che, in certo modo, la
configura come donna dell'Accoglienza.
Gesù
invita
ad entrare nella sua casa, nella sua persona: «Venite
e vedrete». È facile andare verso gli altri quando ci è gradito o ci fa comodo o ci risulta gratificante. È molto più coinvolgente
essere sempre disponibili ad accogliere l'altro quando ha bisogno, quando cerca, quando è nelle tenebre, quando lo sentiamo diverso da noi.
Essere ospitali
allora è:
‒ impegnarsi
ad essere sempre un luogo in cui l'altro possa riposare pienamente,
una
zona libera perché l'altro entrando possa guarire.
Ciò
significa una interiorità dolce,
un cuore
di carne
e non di pietra,
uno spazio
dove si può camminare a piedi nudi.[5]
Insieme
a Jacques e a Vera, Raïssa Maritain ha amato generosamente con cuore ospitale, offrendo a quanti
frequentavano la sua casa un luogo sereno e accogliente, in cui ritrovarsi come
persone
accomunate dal desiderio di camminare verso la Verità.
L'ospitalità
di Raïssa è il frutto stupendo della
sua
povertà di spirito, ogni
giorno più radicale, del suo sconfinato amore
per la verità e la bellezza, che si traduce nella capacità di vedere-sentire la
verità-bellezza di ogni persona.
Avere sperimentato Dio come centro armonizza interiormente Raïssa e le consente di irradiare quell'esperienza unificante di tutte le componenti della persona umana: intelligenza, volontà, cuore, sensi. È questa armonia interiore che fa della sua casa un centro di pace, in cui è possibile trovare, nel silenzio, la Parola che illumina e, nelle parole, il coraggio del silenzio, in cui si consumano il dono e l'accoglienza.
Jacques, profeticamente, auspica, nel futuro della Chiesa, il moltiplicarsi di «focolari di luce spirituale»[6], dove
gli uomini possano incontrarsi, incontrando Dio ed ha ovviamente presente, in questo desiderio/preghiera, la stupenda
avventura da lui vissuta con Raïssa e Vera.
La casa di Meudon, dove si
svilupparono i circoli tomisti e dove, con «speranze imprecisate giungevano visitatori sconosciuti»[7], è certamente
un luogo
abitato dallo Spirito di Dio, che rende comunque visibile la Sua Presenza nella persona di Raïssa, la cui tenerezza e attenzione dona
agli ospiti un'indimenticabile esperienza di dolcezza. L'amicizia con Léon Bloy, che ha reso Raïssa consapevole delle sue
doti umane: musicali e letterarie e che ha altresì
risvegliato in lei l'anelito
al Dio di Gesù Cristo, ha certamente segnato l'esperienza di questa donna che, a sua volta, ha condotto silenziosamente
per mano tanti figli all'Unico Padre.
«Fatevi
un cuore profondo, capace di Amicizia «», recita la regola di Taizé. L'amicizia con Dio dovrebbe trasfigurare
la nostra esistenza e rinnovare
quella di chi ci incontra.
Se ogni persona fosse un po' più consapevole di come ogni rapporto
umano potrebbe
esser vissuto in profondità, dovrebbe intrecciarsi una meravigliosa rete di rapporti amicali, vivificanti, capaci di farci rinascere, per un cammino di «amorizzazione universale».[8]
[1] Jacques, nell'appendice al Journal di Raïssa accenna a una sommaria distinzione in tre grandi periodi della vita spirituale della moglie: a) il periodo dal 1906, data del Battesimo, fino al 1916 può essere considerato come la preparazione di tutta la sua persona all'esperienza contemplativa: è la fase della lettura delle vite dei santi; è il momento dell'incontro con S. Tommaso; b) il 1916, data in cui, seguendo la direzione del P. Dehau, comincia a dedicare all'orazione tutto il tempo che le sembra che Dio le chieda, può considerarsi l'inizio del secondo periodo. Tale docilità allo Spirito non era certo facilmente praticabile, soprattutto a partire dal 1923, data in cui i Maritain si stabiliscono a Meudon; c) dal 1940 al 1960, a parte i momenti di incontro-preghiera privilegiati, Raïssa rimane fedele all'orazione, più che negli spazi di tempo dedicati alla contemplazione, nel silenzio in cui viveva l'ininterrotto susseguirsi dei doveri quotidiani; è il periodo in cui «prega senza neppure sapere di pregare».
[2] Jacques Maritain, Ricordi e appunti, Morcelliana, 1973, p. 50.[3] Prima lettera di san Paolo ai Corinzi 9, 22.
[4] Raïssa Maritain, I
Grandi Amici, Vita e
Pensiero, 1956, p. 9.
[5] Pensiero liberamente ispirato ai
testi di Henri Nouwen.
