06 aprile 2020

BRICIOLE RICOMPOSTE - qualche spunto su Eugène Ionesco


Briciole ricomposte[1]

Il 28 marzo 1994, Eugène Ionesco ha concluso la sua esistenza terrena, mentre, battendo ogni record, veniva messa in scena la 11.943a replica dello Spectacle Ionesco, ossia la rappresentazione de La Cantatrice chauve e de La leçon, spettacolo che viene riproposto ogni sera ininterrottamente dal 16 febbraio 1957, al teatro parigino della Huchette.
Gli articoli giornalistici pubblicati per fare memoria del “re” dell’assurdo possono considerarsi, per la maggior parte, come una irrecusabile conferma di quel che Ionesco affermava a proposito della critica letteraria: «dialogo fra sordi». Cliché, definizioni trite, affermazioni troppo scontate. E parole, parole, parole...
Per chi ha ascoltato, nell’opera di Eugène Ionesco, parole di vita, è forte l’urgenza di rivisitare tutta la sua produzione, per ritrovare quel centro in cui si è originato il suo universo drammatico, messo in scena in ogni parte del mondo, ma troppo spesso letto, visto, applaudito o criticato con biasimevole superficialità.
Ritrovare tale centro non è certo agevole e sono diverse le motivazioni:
a) le tematiche proposte nella sua produzione sono numerose;
b) Ionesco rivoluziona la situazione del teatro francese;
c) in lui coesistono un abile comico, esperto nei giochi del linguaggio e nella derisione; un poeta e un metafisico, scrittore del sogno e dell’angoscia.

Due stati di coscienza fondamentali sono all’origine di tutte le mie opere: predomina talvolta l’uno, talvolta l’altro, talvolta essi si mescolano. Queste due prese di coscienza originarie sono quelle dell’evanescenza e della pesantezza; del vuoto e della troppa presenza; dell’irreale trasparenza del mondo e della sua opacità; della luce e delle tenebre spesse. Ciascuno di noi ha potuto sentire, in certi momenti, che il mondo ha una sostanza di sogno, che i muri non hanno più spessore, che ci sembra di vedere attraverso tutto, in un universo senza spazio, fatto unicamente di chiarezze e di colori; tutta l’esistenza, tutta la storia del mondo, in quel momento, diviene inutile, insensata, impossibile. Quando non si riesce a superare questa prima tappa di disorientamento (si ha infatti l’impressione di risvegliarsi in un mondo sconosciuto) la sensazione dell’evanescenza vi procura un’angoscia, una specie di vertigine: la leggerezza si trasforma in pesantezza; la trasparenza in spessore; il mondo pesa, l’universo mi schiaccia. Un muro invalicabile si frappone tra me e il mondo, tra me e me stesso, la materia riempie tutto, occupa ogni spazio, annulla ogni libertà sotto il suo peso, l’orizzonte si rimpicciolisce, il mondo diviene una prigione soffocante.[2]

Ionesco non fu soltanto un uomo di teatro. Come afferma Yves Moraud, egli fu piuttosto «uomo-teatro» o meglio «teatro-uomo». Basti pensare ai titoli delle sue opere non teatrali: Notes et contre-notes, Journal en miettes, Présent passé Passé présent, Antidotes per intravedere una personalità dalle molte sfaccettature che, dopo aver affermato qualcosa, avverte il bisogno o la tentazione di pensare e affermare il contrario.
Il drammaturgo si presenta come una “scena” sempre in scena nella quale, in ogni momento, si contrastano, in un dialogo a più voci, i suoi “io” più contraddittori: infanzia e luce da una parte e, dall’altra, l’esperienza dell’uomo ossessionato dall’idea della morte; l’urgenza della leggerezza e l’ossessione dell’opacità; il volo e la caduta; l’amore e lo sterile isolamento.
Ionesco: un personaggio costantemente alla ricerca di sé, della sua parte.
La sua essenza più profonda è teatrale: non riesce a comunicare se non attraverso questo gioco teatrale, in cui ricerca la sua identità smarrita, a causa delle sofferenze della sua vita e delle contraddizioni insite nella sua personalità.

In letteratura non si tratta di esporre delle verità teoriche, delle idee, come nei discorsi, ma di rappresentarle nel gesto e nell’immagine, come delle evidenze viventi, delle sensazioni.
Io non racconto le cose, le faccio apparire; non le discuto, infatti la discussione attenua i fatti, li spiega in modo falso, ci aiuta a dimenticarli; questi fatti io li presento materialmente, nella loro nudità.[3]

Conosciuto per la sua opera teatrale, elaborata in modo intenso, a partire dal 1950, per poco più di quindici anni, Ionesco è anche autore di parecchie raccolte di novelle, molte delle quali contengono l’intuizione originaria di alcune fra le sue pièces più famose.
Ha inoltre pubblicato una raccolta di poesie, un romanzo, numerosi articoli di critica letteraria, libretti per opere liriche, sceneggiature cinematografiche, saggi e diari che, oltre a farci conoscere il suo mondo interiore, sono una prova inconfutabile dell’intensa attività di scrittura sperimentata come una confessione-dono.
Non va infine dimenticata la predilezione di Ionesco per il linguaggio dei colori e delle forme. Alla pittura, che lo ha sempre attratto, ha infatti dedicato gli ultimi anni della sua vita, realizzando un diverso tipo di scrittura, in cui ha vissuto il linguaggio delle linee, e ancor più quello dei colori, come l’ultimo possibile spazio di comunicazione.

I colori sono ancora viventi, mentre per me le parole hanno perduto senso, valore, qualsiasi espressione. I colori sono di questo mondo; essi cantano, sono di questo mondo e mi sembra che mi colleghino all’Altro Mondo. Io ritrovo in essi ciò che la parola ha perduto. Il colore è parola, linguaggio, comunicazione, vita, tutto ciò che può riallacciarmi a Lui, ciò che mi permette di vivere.[4]

Quale che sia la forma di scrittura praticata, il linguaggio ioneschiano rivela sempre il travagliato percorso esistenziale dello scrittore, e rende il lettore partecipe di quell’incessante andirivieni fra spazi tenebrosi ed interstizi di luce, tra «nero e bianco»[5]: ossessioni e paure si intessono incessantemente con certezze e desideri, e la coscienza del presente, dell’istante risvegliato, del briciolo d’esistenza vissuto nell’oggi, quasi sempre finisce col dissolversi nella consapevolezza dell’atrocità universale. E come soffio vitale, lo stupore: «Che cos’è tutto questo?»
 Tale profondo senso di «meraviglia» talvolta dà consistenza all’intima lacerazione e si apre dunque ad un’esperienza di caduta, di tragica pesantezza, di incontrollabile paura di ritrovarsi disperso nel caos; altre volte, dallo stupore si genera l’esperienza della leggerezza, del trionfo della luce, della gioia di esistere.
Come il tempo, nell’opera ioneschiana non è più punto di riferimento, così anche lo spazio è «caricato d’angoscia, poiché‚ è labirintico».[6]
Tutti i suoi testi rivelano un uomo che ha smarrito le sue coordinate e che si sente disperso dinanzi alla tragedia del mondo, ma che continua a cercare, ad attendere la «Manifestazione»; un uomo che si sforza di superare un’angoscia profonda e permanente, alimentata dalla sua riflessione, talvolta ossessiva, sulla vita e sulla morte.
La scrittura viene così vissuta come una possibilità di trovare, o quantomeno di invocare, risposte a drammatici interrogativi, per trarsi fuori dall’angoscia, per vedere più chiaro fra le tenebre, le ossessioni, i dubbi, le paure.
Spesso l’infanzia e il sogno riempiono il presente, mentre passato e futuro si confondono: è una storia che si va delineando fuori della Storia, ma dentro un’interiorità.
Scrittura autobiografica e scrittura teatrale nascono pertanto da un unico dinamismo interiore, di cui il «sogno» è una delle dimensioni più caratteristiche per la sua creatività, in quanto rende il reale più “reale”.
E se della scrittura autobiografica quasi nulla è stato detto, forse troppo si è scritto a proposito della produzione teatrale. Teatro dell’assurdo, teatro dell’incomunicabilità, teatro dell’esilio è stato definito quello di Ionesco.
L’etichetta «teatro dell’assurdo», con cui è stata catalogata la sua produzione drammatica, ha trovato origine nel titolo di una monografia del critico inglese Martin Esslin[7], dedicata al teatro degli anni Cinquanta, ma tale definizione non è mai stata condivisa da Ionesco: «Io assurdo? Che assurdità!»
Concordando con tale rifiuto, ritengo certamente più fedele al percorso del drammaturgo, il titolo del saggio di Saint Tobi: «Eugène Ionesco ou A la recherche du paradis perdu».[8]

Una delle ragioni principali per le quali scrivo è per ritrovare il meraviglioso della mia infanzia al di là del quotidiano, la gioia al di là del dramma, la freschezza al di là della grossolanità.
Tutti i miei libri, tutte le mie opere teatrali sono una chiamata, l’espressione di una nostalgia, io cerco un tesoro inabissato nell’oceano, perduto nella tragedia della storia. È per ritrovare la bellezza originaria, intatta in mezzo al fango, che io non solo faccio letteratura, ma me ne sono nutrito. È la luce che io cerco e mi sembra di ritrovarla  di tanto in tanto. Sempre alla ricerca di questa luce certa oltre le tenebre.[9]

In effetti io sono alla ricerca di un mondo ritornato vergine, della luce paradisiaca dell’infanzia, della gloria del primo giorno, gloria non offuscata, universo intatto che deve apparirmi come se stesse per nascere. È come se io volessi assistere all’avvenimento della creazione del mondo prima della decadenza e tale avvenimento lo cerco attraverso me stesso, come se volessi risalire il corso della Storia, o attraverso i miei personaggi che sono altri me stesso, o che sono come tutti coloro che mi somigliano alla ricerca consapevole o no della luce assoluta.[10]

In tutta l’opera di Ionesco infatti è sempre presente, anche se in modo più o meno immediatamente percepibile, «la ricerca di una realtà essenziale dimenticata, taciuta», fuori della quale Ionesco sa di non poter vivere.
L’attesa della luce, la «sete e la fame»[11] dell’Assoluto sono delle costanti di tutta l’opera ioneschiana e si possono considerare il dinamismo che anima la sua scrittura:

Io aspetto che la bellezza venga un giorno ad illuminarmi, a rendere trasparenti i sordidi muri della mia prigione quotidiana.[12]

Tutta l’opera è attraversata da un ossessivo interrogarsi sul mondo, sull’inammissibilità dell’esistenza, attraverso procedimenti logici e analisi introspettive talvolta soffocanti.
Una parola-chiave del suo universo è certamente “interrogazione”, da Yves Moraud indicata come il segno caratteristico del linguaggio dell’esiliato.

Interrogarsi o interrogare il mondo è inizialmente un porsi in una situazione di dualità o di esteriorità in rapporto a sé o in rapporto al mondo, con la volontà di comprendere e stabilire il dialogo.[13]

Interrogarsi, e interrogarsi sul perché ci si interroga, porsi delle domande e insieme affermare che non ci sono risposte-soluzioni alla tragicità della vita: è questo l’intrigo di quell’opera scritta da Ionesco che è la sua vita.
E non va certo dimenticato che Ionesco resterà sempre l’uomo dalle due patrie: saranno sempre due tradizioni culturali ad interagire nella sua esistenza, due lingue.
L’angoscia di cui ha sofferto, la paura della morte, l’insostenibile invadenza della materia che «svuota l’universo di presenza»[14] saturando lo spirito e svuotandolo di ogni dinamismo vitale, l’impotenza dell’uomo ad autosalvarsi sono alcune delle tematiche che riecheggiano nella produzione narrativa, nei saggi, nei diari di Ionesco e che gridano l’attesa della luce, la gioia della leggerezza, della presenza.
Tale esperienza di pienezza emerge talvolta in squarci appena percettibili, ma è per lo più celata da un tragico quotidiano, follemente ritualistico e svuotato di qualsiasi autenticità.
E così il grottesco e il riso feroce evidenziano la vuotaggine di un’esistenza appiattita a banalissimo stereotipo e rivelano incisivamente il carattere distruttivo, mortifero dell’automatismo della ripetizione.
In tale ferialità disumanizzata, l’assenza di tutti i valori e aspirazioni profondamente umani è da leggersi come una forma di urlo metafisico, che afferma l’urgenza irrefrenabile di una vita più  umana, in ogni interstizio di creazione.
E questi stessi dinamismi danno vita a quei personaggi e situazioni messi in scena secondo quelle tecniche teatrali che gli consentono di andare al di là del linguaggio discorsivo e di comunicare allo spettatore, in modo più diretto e coinvolgente, sensazioni, dubbi, angosce, desideri. E le parole vengono vomitate sulla scena, fino alla violenza.

Sono perduto nelle migliaia di parole e di azioni mancate che sono la “mia vita”, che disarticolano, che distruggono la mia anima. Questa vita è tra me e me stesso, la porto tra me e me stesso, non la riconosco come mia e tuttavia è ad essa che domando di essere rivelato. Ma come essere rivelato da ciò che vi nasconde? Come fare perché tutte le maschere divengano trasparenti, come risalire il fiume delle combinazioni, dell’errore, del disorientamento fino alla sorgente pura? Come dare un’espressione a ciò che non si può esprimere?[15]

Si è parlato, a proposito di Ionesco, oltre che di teatro dell’assurdo anche di teatro d’avanguardia, di teatro simbolista, di teatro lirico, di teatro della «derisione».
Il drammaturgo amava piuttosto parlare di «antiteatro» o di teatro totale, ossia di un teatro non politico né sociale o psicologico, ma di un teatro che affrontasse la problematica fondamentale dell’uomo, quella della «condizione umana».

Quel che io volevo fare, no, sarebbe troppo solenne dirlo: fare della metafisica. La storia e la politica cercano vanamente di risolvere o mascherare il problema fondamentale della nostra condizione, infatti non possono rispondere a queste domande: “Che cosa faccio qui? Perché sono qui? Cos’è questo mondo che sta intorno a me?” Queste sono delle domande elementari che la storia ci fa dimenticare, ma che ognuno dovrebbe porsi. Io credo che per me la cosa più importante non sia la condizione economica o sociale, ma la condizione esistenziale: non si deve perdere la coscienza di sé.[16]

Secondo Ionesco, la condizione esistenziale è fortemente rivelata dalle forme del linguaggio e dai modi della comunicazione umana. La disarticolazione del linguaggio in lui pertanto non è mai puro gioco di rottura, ma nasce dal convincimento che una parola consumata, logorata, sia il segno che il pensiero è morto: è la sclerosi spirituale che riduce la parola a cliché, slogan, luogo comune. Secondo Ionesco pertanto il linguaggio logoro, disarticolato, parla di un uomo che si è ridotto ad «essere sociale», dimenticando o smarrendo la sua singolarità, la sua più profonda interiorità.
Cogliere la tragicità di un linguaggio che non è più  veicolo di comunicazione autentica, sprofondare nell’autarchico reticolato di uomini-fantocci che chiacchierano in modo inarrestabile perché non hanno nulla da dirsi o da darsi è, per Ionesco, l’unico percorso che possa ricondurre alla ricomposizione di questo stesso linguaggio e che sia in grado di invocare un processo di umanizzazione di una società ormai per lo più costituita da individualità frantumate nell’intimo e pertanto incapaci di relazionarsi autenticamente.

Una parola da sola può mettervi sulla strada, una seconda parola può turbarvi, la terza vi getta nel panico. A partire dalla quarta, è la confusione assoluta. Il logos era anche l’azione. È divenuto la paralisi.
La parola non rivela più. La parola chiacchiera. La parola è letteraria. La parola è una fuga. La parola impedisce al silenzio di parlare. La parola assorda. La parola consuma il pensiero. Lo svilisce. La garanzia della parola deve essere il silenzio. Ahimè! Che civiltà! È l’inflazione della parola.[17]

Un universo quello ioneschiano dove, spesso con violenza, si respira una sorta di insostenibile malessere, si assiste alla squallida degradazione a cui è giunto l’uomo, al suo incessante sprofondare nella chiacchiera, nel fango, negli oggetti-materia che prolificano in modo incontrollabile. Emblematico è il titolo della sua ultima opera teatrale del 1984: Voyages chez les morts.[18]
Eppure questo mondo di «assenza», questo spazio di morte urla l’urgenza di una Presenza, di una luce, esprime l’incessante ricerca di una vita luminosa. Ed è questa «ondata di luce», di novità, questa purezza e verginità dell’essere che Ionesco, con pesante fatica e lacerante travaglio intimo, si è comunque sforzato di voler riconquistare durante tutta la sua esistenza. È la costante ricerca del «paradiso perduto».
Ionesco assurdo, Ionesco nevrotico o Ionesco contemplativo?
Nessuna risposta credibile che non nasca da una ascolto attento di questa scrittura, così inquietante e così umana. Un invito a leggere Ionesco.

Come una sinfonia, come una costruzione, un’opera di teatro è, molto semplicemente, un monumento, un mondo vivente; è una combinazione di situazioni, di parole, di personaggi; è una costruzione dinamica che ha la sua logica, la sua forma, la sua coerenza proprie. È una costruzione dinamica i cui elementi si equilibrano opponendosi.[19]
Più le opposizioni, le passioni sono complesse e numerose, più è importante, e poiché l’opera è come un organismo vivente, come un essere, è in questo che essa è contemporaneamente invenzione e scoperta, immaginaria e reale, oggettiva e soggettiva, letteratura e verità.[20]



[1]  Il titolo Briciole ricomposte fa riferimento a Journal en miettes del 1967, uno fra i diari più significativi di Ionesco.
[2]  Ionesco, Notes et contre-notes, Paris, Gallimard, p. 231.
[3]  Ionesco,  Antidotes, Paris, Gallimard, 1977, p. 260.
[4]  Ionesco, La quête intermittente, Paris, Gallimard, 1987, p. 16.
[5] Cfr. Ionesco, Le blanc et le noir, Paris, Gallimard, 1985. Il testo comprende quindici disegni commentati dall’autore ed una sua lunga introduzione.
[6]  Marie-Claude Hubert, Eugène Ionesco, Paris, Seuil, 1990.
[7] Martin  Esslin, Le Théâtre de l’absurde, Buchet-Chastel, 1963.
[8]  Saint Tobi, Eugène Ionesco ou A la recherche du paradis perdu, Paris, Gallimard, 1973.
[9]  Ionesco, Antidotes, cit., 315.
[10]  Ibidem,  p. 316.
[11] La faim et la soif è il titolo di una pièce del 1966.
[12]  Ionesco,  Notes et contre-notes, cit., p. 305.
[13]  Yves Moraud, Ionesco: un théâtre de l’exil et du rituel, in Ionesco, Colloque de Cerisy, Paris, Belfond, 1980, p. 87.
[14]  Ionesco,  Notes et contre-notes, cit., p, 232.
[15]  Ionesco, Présent passé Passé présent, Paris, Gallimard, 1968, p. 248.
[16]  Ionesco, Entre la vie et le rêve, Paris, Belfond, 1977, p. 165.
[17]  Ionesco, Journal en miettes, p. 103.
[18] Nel 1987 scriverà ancora il libretto dell’opera lirica Maximilien Kolbe, il santo francescano la cui storia lo ha sempre fortemente attratto: «La sola esistenza da invidiare, la sola esistenza che merita di essere vissuta, che giustifica la vita così come la morte». (Ionesco, intr. a Ionesco, Colloque de Cerisy, Paris, Belfond, 1980, p. 23).
[19]  Ionesco, Notes et contre-notes, cit., p. 212.
[20]  Ibidem, p. 30.

22 marzo 2020

INVECE DI CONTARE I MORTI PROVIAMO A FARE SBOCCIARE QUALCHE SEME DI SPERANZA

NO agli sterili bollettini di morte.
SÌ a tutto ciò che può alimentare la nostra vita interiore.
Niente piagnistei, più impegno ad essere presenti e operativi, ognuno come può e come sa...

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Stamani un'amica (credente?!) mi ha inviato un testo di cui copierò solo qualche passaggio, da leggere per comprendere da dove, perché e come sia scaturita in me questa risonanza che desidero condividere.
Parte del brano inviatomi l'ho ricopiato in calce al mio testo.







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NO,
oggi e neppure ieri ho contato i morti...
No, oggi e neppure ieri ho seguito i "bollettini di guerra"...
No, oggi come ieri ho scelto di non vedere le bare, i camion, le corsie ansimanti di paura, di sangue e di impotenza...
Non serve, non mi serve, non mi aiuta alla resistenza... Accresce il senso di impotenza contare i morti, guardare le bare, soffrire in modo sterile.
No, già mi basta sapere che siamo dentro una catastrofe e che siamo chiamati ad essere testimoni della Vita.
È già difficile, è un miracolo resistere e manifestare la fede nella Resurrezione.
, anche oggi
- ho pregato le Lodi videochiamando gli amici soli;
- ho seguito qualche liturgia online pregando per i non credenti;
- mi sono impegnata a inventare qualcosa per riunire anche solo virtualmente gli amici, i conoscenti, le persone più fragili; questo posso fare e questo m'impegno a fare, anche se con molta fatica e sapendo che è una goccia in un oceano di sofferenza...
- ho preparato pranzo e cena ringraziando, al pensiero di quanti non hanno come cibarsi;
- ho abitato la mia casa con la consapevolezza riconoscente di avere uno spazio dove vivere;
- ho detto "grazie" per tutto ciò che ho e posso vivere.
Sì, anche oggi ho meditato sulle tante parole di resistenza che il Gesù mi ha insegnato:
-Talità Kum! Alzati!
Alzati, non piangere e risolleva qualcuno, "prenditi cura" di chi puoi, senza disperdere energie o rammaricarti per ciò che non puoi fare... 
La Parola riecheggia chiara, forte, propositiva:
- Donna perché piangi?
- Ma non lo sapevate che il Figlio dell'uomo doveva soffrire e poi risorgere?
- Se aveste fede...
- Coraggio, non temete! Io sono con voi...
- Andate ed annunciate la buona novella
- E non ci sarà più lacrima né pianto né morte, perché le cose di prima sono passate...
- Io faccio una cosa nuova, ma come, non ve ne accorgete?
È vero, "siamo  tribolati da ogni parte", ma non sarà certo guardare di continuo immagini di sofferenza, contare il numero delle bare, non sarà l'eccesso d'informazione, il chiacchiericcio banale, infido e, ancor meno, le sterili polemiche sulle scelte indicate dalle istituzioni a ridonare la vita ai morti, la forza a chi combatte negli ospedali, a chi si trova in gravissime situazioni da affrontare.
Forse può aiutare di più che "tenersi aggiornati", meditare la parola di Paolo (Seconda lettera ai Corinzi, 4, 8-9:Siamo "tribolati, ma non schiacciati;  sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati".Occorre fare il possibile per non lasciarsi schiacciare da questa catastrofe e potremo riuscirci se faremo emergere in ciascuno di noi:
- lo spirito di solidarietà anziché l'egoismo
- il senso di responsabilità per il bene comune, invece del pressappochismo e/o l'inerzia
- il rispetto della vita in ogni sua forma
- la partecipazione, per sentirsi meno soli e impegnarsi a creare spazi, anche solo virtuali, di sostegno e di condivisione della Bellezza in ogni sua declinazione, per alimentare la vita interiore nostra, di chi ci sta accanto, di quanti possiamo raggiungere.
Forse, meno televisione e più impegno per gli altri nella benevolenza e creatività accrescerebbe le "difese immunitarie"...
Se è vero che non si può gioire vedendo/sapendo la sofferenza che incombe sulla vita di tanti è altresí vero che è sterile gettarsi a mare per tentare di salvare annegati già morti. 
A ciascuno di operare con coerenza e generosità per fare ciò che può e ciò che sa per arginare malattia, male, sofferenza e far brillare un'umile luce per scaldare i cuori e illuminare, anche solo un po', il buio in cui tutti siamo immersi. 
A tutti noi, buon servizio, buona rinascita e aiutiamoci a far sbocciare qualche sorriso intorno noi.
Tutti possiamo essere annunciatori veraci della PRIMAVERA.


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No, oggi no,
non ho ascoltato lectio,
non ho visto messa,
non ho letto meditazione dell'assistente,
oggi ho detto:
Santa madre deh voi fate
che le piaghe siano impresse
nel mio cuore.

No, oggi no,
non ho ascoltato lectio,
non ho visto messa,
non ho letto meditazione dell'assistente.
Oggi detto:
Padre nostro, sia fatta la tua volontà.
Sì, la volontà
che nessuno dei familiari
può seppellire e dare l'ultimo saluto.
Caricati su camion militari
lontano dagli affetti.
627 corpi mi hanno detto
parole di Vita.
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02 settembre 2019

Attenzione all'ATTENZIONE!


La persona è un essere relazionale, chiamato al dialogo.
Tutta la vita dovrebbe essere un cammino di crescita nel dialogo: a) con se stessi: consapevolezza del percorso esistenziale da vivere; b) con gli altri: rapporti di condivisione, di collaborazione, di amicizia; c) col mondo: capacità di saper vedere, di saper contemplare, di saper costruire spazi più umani; d) con Dio: preghiera e vita spirituale.
Solo approfondendo la dimensione dialogica si va arricchendo la vita interiore. L’esigenza di rapporti profondi, autentici non è pertanto un passatempo per estroversi, ma dovrebbe costituire lo stile specifico di ogni persona che sceglie di vivere umanamente..
Spesso invece si stabiliscono relazioni solo in funzione delle cose da fare e, esauritasi la motivazione che ha determinato il cosiddetto incontro, tutto evapora in un inspiegabile e mortifero nulla.
Ma un vero incontro è un evento, e ogni evento è una nascita, una nuova vita che deve dar vita ad altra vita.
C’è pertanto da chiedersi perché questo non avviene, o almeno non avviene che raramente.
Di questo immenso campo di indagine mi soffermerò sul ruolo dell’attenzione, che ritengo essenziale alla nascita e al consolidamento del dialogo nelle sue svariate forme.

Il contesto in cui viviamo, strutturato sulla fretta e sulla conseguente agitazione e superficialità, lo stile egocentrico per cui l’io agisce volto unicamente ad imporsi a costo di tutto, rischia di trasformare il nostro vivere sociale in uno stato di aggressione continuata, in cui spesso le migliori energie vengono disperse non tanto nel “fare Novità e Speranza”, quanto nel difendersi da tutte le forme di prevaricazione in una società in cui mantenersi interiormente liberi è già un’impresa titanica.
Tale abitudine allo scontro quotidiano fa sì che non vi sia più tempo per l’incontro vero e, quand'anche si realizzasse, è davvero raro che ci si impegni per alimentarlo adeguatamente perché porti il suo frutto d’amore e di vita.
Causa e segno esteriore di quanto accennato è la disattenzione, la trascuratezza con cui si gestiscono le conoscenze, a meno che non si tratti di persone da cui si deve ricavare qualcosa...!
Ecco allora il richiamo: Attenzione all'attenzione!

Tutti abbiamo bisogno di avere dei riscontri. Abbiamo bisogno di sapere che cosa ciò che si è detto o fatto abbia prodotto nell'altro, non certo per ricercare gratificazioni, ma per quella sana esigenza di essere guidati, corretti, aiutati a vedere ciò che da soli non si può talvolta neppure intuire.
E invece è rarissimo che qualcuno ti si faccia incontro per farti sapere quel che la tua parola, il tuo silenzio, il tuo modo di essere ha suscitato in lui. Se questo avviene, è quasi sempre solo per farti notare che hai sbagliato, che hai detto/fatto un’insensatezza, ma quasi mai per sollecitarti, sostenerti, consigliarti perché tu sappia sempre più adeguatamente sviluppare e condividere le tue capacità.
Eppure nessuno è in grado di conoscere se stesso senza l’altro.

Occorre aver chiaro che una risonanza autenticamente libera è proporzionata allo spessore interiore.
Ecco allora la drammatica constatazione: l’assenza di una vita interiore fa sì che l’altro, la sua parola, il suo amore non suscitino nulla in me, perché io mi trovo accartocciato sul mio io e dunque mi comporto come se niente e nessuno possa interessarmi, penetrarmi, arricchirmi.
L’insignificanza interiore, con la pretesa autosufficienza che ne deriva, comporta pertanto la trascuratezza, l’indifferenza, quel grigio sentire che crea intorno un clima irrespirabile che soffoca ogni germe di vera vita, ovvero la costante fibrillazione per le mille cose da fare, che altro non sono che una squallida traduzione dell'individualistico bisogno di apparire.
Ma dovrebbe forse esserci qualcosa di più urgente che gustare e alimentari i valori autenticamente umani?
Nessuno ha il diritto di ”consumare” la vita, di spegnere l’amore. Quando ad una parola d’amore rispondiamo col mutismo, quando non sappiamo apprezzare il dono che l’altro ci fa di sé, quando invece che far fruttificare un gesto, una parola, un progetto rendiamo sterile quel che riceviamo, bruciamo con la nostra invidia, superbia, arroganza un bocciolo di vita: in modo non appariscente, ma non per questo meno violento, diveniamo protagonisti della “cultura dell’odio e della morte”.
La mancanza di attenzione amorosa, di gioiosa accoglienza di ciò che l’altro è, di entusiasmo per ciò che potrebbe essere, anche con il nostro aiuto, è un atto di carità abortito, è un frammento di vita consumato per sempre.
Ogni uomo ha bisogno dell’amore per vivere e non c’è nulla di prioritario rispetto al dare amore, al fare speranza, a dare fiducia a chi ci sta accanto.
Saper dire grazie a chi ci ha fatto del bene, saper riconoscere la gioia che ci è stata regalata, saper essere propositivi in relazione ad un consiglio che ci è stato richiesto o a un dubbio che ci è stato sottoposto: tutto questo è attenzione.
Saper prevenire il bisogno che ha l’altro di sapere se ciò che ha fatto-detto è stato positivo, saper correggere, saper suggerire è attenzione.
Saper aiutare l’altro a conoscersi, a crescere, sapersi stupire e gioire delle altrui bellezze e capacità è attenzione.
Lo sguardo empatico conosce, la parola d’incoraggiamento promuove le potenzialità di ciascuno. Un segno di attenzione amorosa equivale a fare speranza, perché sollecita l’altro ad essere e ad essere di più.
E allora, attenzione all’attenzione!
Se vogliamo essere persone viventi, esseri capaci di relazioni feconde, scegliamo uno stile di vita in cui l’attenzione a tutto/i guidi sempre più la mente, il cuore, le mani. Corrispondiamo generosamente a quanto ci viene offerto, perché lo scambio fecondo produca fiori di vita inattesi ma sempre possibili.

* il testo è alquanto datato; scritto non ricordo quando, è stato pubblicato in Fascino di essere, ed. Paoline 1998.

17 agosto 2019

L'albero della speranza


       

Ogni realtà ha una sua storia. Se la conosciamo, quell'oggetto, quell'evento, quella persona acquisisce spessore, risplende di una bellezza che altri non possono scorgere. Così è di quest’alberello di nessun pregio estetico, ma la cui storia è talmente intensa da renderlo, per chi lo “conosce”, qualcosa di speciale.


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Da quando avevo sei anni, trascorro i mesi estivi in una zona a venti minuti da Palermo, la mia città. Il luogo, a circa 600 metri di altezza, è chiamato San Martino delle Scale.

Cinquant’anni fa sembrava un presepio permanente, poche case, un lavatoio, enormi cespugli di more, qualche albero da frutta e pini. Stupendi, maestosi pini e abeti, di differenti specie, rendevano il paesaggio davvero riposante e l’aria fortemente ossigenata. A poche centinaia di metri dal gregge di case, un’abbazia benedettina medioevale, nei secoli centro di cultura e di vita per la borgata. Sulla sinistra della piazza una stradina s’inerpicava più in alto. Dalla conca collinare in cui giaceva il paesino, andando su per quasi quattro chilometri, si giungeva ad un’altezza di circa 800 metri, dove sarebbe sorto il “Villaggio Montano”, la parte elevata di San Martino. Boschi di conifere, conigli, farfalle variopinte e splendidi ciclamini costituivano la scenografia che per decenni ha rallegrato il mio sguardo, posato oltre che sulla flora e sulla fauna anche sullo splendido golfo di Palermo, semiarco azzurroblu abbracciato dalle montagne verdeggianti. Nessun rumore al di fuori del belare delle pecore e del muggito delle vacche, modulato sul suono dei campanacci. E un ininterrotto concerto di cicale, ritmato da armoniosi voli chiacchierini.

Bambina, non sapevo, non capivo il valore degli alberi, di ogni albero. Mi sembrava normale tutto quel verde, maestoso e così a portata di tutti, capace di creare spazi di rifugio, di sosta, di giochi profumati.

Poi è giunto il progresso, che in sé sarebbe una cosa bellissima se non fosse collegato con l’avidità del denaro e l’arroganza. La logica mercantile si è andata insinuando un po’ dovunque, nelle metropoli come nei luoghi eremitici, nelle piazze e nei cimiteri. Soldi, produzione e soldi, nient’altro. E così gli alberi sono diventati uno dei tanti bersagli di una mentalità malata, che non sa più porre cose e situazione in un ordine umano. L’albero, l’aria pulita, un bosco, non producono denaro in modo facile e rapido. Altro che salvaguardia della natura, rimboschimento e riserve naturali. Molti, troppi “interessi” sono concentrati sull’abbattimento delle piante per… far spazio alla civiltà!

 Ogni estate, chi è rimasto fedele alla sosta estiva in quella località, è costretto ad assistere, impotente, allo scempio. Una o due volte, luglio o agosto, un po’ qui e un po’ lì, qualche brandello di pineta, ancora miracolosamente sopravvissuta, viene ridotta in cenere in pochi minuti. Forme, suoni e colori svaniscono. Fiori e frutti si accartocciano. Animali e persone sono costretti alla fuga. Tronchi monumentali si schiantano al suolo come stuzzicadenti. Il fuoco divampa selvaggio, alimentato da un forte vento che, quando comincia a soffiare al mattino è, purtroppo, segno premonitore di quanto accadrà nella serata. Si ripete un copione drammatico. E con singolare violenza, avvenne anche quell'anno.

17 agosto 1994. Verso le 22, la notte diventa “infuocata“. Il cielo in pochi istanti si trasforma in un’immensa fornace. Sembra d’essere nei pressi di un cratere: le fiamme s’inseguono a velocità impressionante. Arbusti, alberi e foglie d’ogni genere crepitano tragicamente in un caotico concerto di morte. Bisogna abbandonare le case, immerse in una coltre di faville e fumo incandescente. Il fuoco è stato appiccato in più punti e, a causa delle raffiche di vento, è impossibile controllare le fiamme. Terrore e rabbia soffiano più violenti dello scirocco. Qualcuno prega.

Come in tutte le situazioni fortemente drammatiche, ciascuno si manifesta nella sua verità più profonda: chi pensa a portar via da casa quel che può, chi fugge, chi si dà da fare, come meglio riesce, escogitando strumenti e possibilità per salvare il salvabile: le proprie cose, certo, ma anche quelle della comunità. Giacché un bosco è una ricchezza per tutti. E lì a colpi di ramazza e di picconi per far tacere il fuoco, per spegnere i focolai, gettando acqua sulle radici degli alberi non ancora del tutto abbrustoliti.

Così, in una notte mortifera, una viscerale solidarietà germina nel fuoco, tenerissima scintilla di speranza. Già, sempre e dovunque c’è un “resto”, capace di continuare ad amare.

Sul mio terrazzo, nei giorni precedenti al grande incendio, una pianta di ibiscus ci regalava stupendi fiori rossi. Le fiamme quella notte avevano fasciato il terrazzo e la pianta era stata spogliata, tronco incenerito, foglie raggrinzite come i fiori. Ma un bocciolo era rimasto sul ramo, misteriosamente, rosso fuoco a cantare che tutto è sempre possibile.

Questo lo scenario su cui prende forma “la storia dell’albero”. 

p.s. Forse il preludio, nell’economia del racconto, potrà apparire eccessivamente esteso. Ma cos’è una storia senza storia?  
      
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L’anno seguente all’incendio descritto, un pomeriggio, mio figlio mi dice: «Mamma, guarda sopra la montagna». Di fronte casa mia si stende armoniosamente una stupenda collina, nella mia infanzia favoloso mare verde ondeggiato dal vento, di cui oggi non rimane che il riverbero nella mia sbrindellata memoria. Nessuna traccia di quel che fu un bosco, all’infuori dei sentieri che prima s’inoltravano tra funghi e ciclamini, adesso solo pietraia luccicante al sole. Anche quella montagna è stata denudata e rudemente violentata. Neppure un albero sulla collina che, in passato, era stata una delle più lussureggianti pinete del Villaggio. Sassi e pietre nel mio sguardo.

Mamma, guarda sopra la montagna, sulla cima. Non vedi niente?
In effetti non scorgevo che un’esile sagoma simile a un paletto da recinzione, che non avevo mai notato.
Perché, Francesco, cosa c’è?
 Secondo il suo stile essenziale, mio figlio sintetizza: “Sono salito con Roberto e Gabriele, la carriola, la terra, la zappa e un cipressino nato in zona. L’abbiamo trapiantato là”.

Sulla cresta di quella collina, schiaffeggiato dal vento, l’albero-paletto appariva inerme e poco fortunato. Sarebbe potuto crescere altrove, sprofondando le radici nella terra, rinforzando ed allungando il suo tronco, regalando al sole rami e gemme. Ma non sarebbe stato che un albero fra gli alberi.

Lì, sulla cima, quel piccolo cipresso è diventato per molti un segno di rinascita. Una voglia e un’urgenza visibile di affermare che la vita è più forte di ogni violenza e che vale la pena tentare, resistere, fare delle “follie”, anche quando tutti ti dicono che “tanto non serve a niente”.

Gli incendi continuano infatti a cadenzare le nostre estati, ma quell’albero è lì. Ha segnato un percorso. Amici che d’estate vanno e vengono da casa nostra sono saliti sulla montagna per portare il loro contributo d’acqua. I primi mesi, in particolare, le radici dovevano essere alimentate. In cima non terra fertile, ma sassi impenetrabili e spine d’ogni tipo. Si decideva di salire. Ognuno con la sua bottiglia o bidoncino colmo fino all’orlo e la gioia di collaborare per far crescere la pianta. “Voglio salire anch’io”. E il gruppo s’infoltiva.

Giovani e anziani in montagna, lungo un sentiero abbastanza semplice all’inizio, ma che poi si concludeva ai piedi di una pietraia. Nessuna pista segnata. Duecento e più metri di salita, tra massi e spine, come capre, da percorrere senza appoggio e senza neppure l’ebbrezza del traguardo che si avvicinava. Già, perché, a causa della conformazione del terreno, più salivi e più l’alberello si nascondeva. All’inizio della scalata finale non era più visibile e ci si continuava ad arrampicare solo nella certezza che l’alberello era lì.

Finalmente la sagoma un po’ malconcia si delineava. Quasi secco lato vento. Ma qualche gemma sulla cima diceva la vita, la crescita, nonostante tutto. Ce la faceva. Certo non era rigoglioso l’albero e non lo sarà mai data la postazione, ma il suo compito non è di fare ombra ma di elevare, nel centro del cielo, il canto della speranza, sfida alla dilaniante potenza del male, sussurro lieve di una energia vitale mai del tutto eliminata, nota di tenerezza in un contesto violento. Lì, sulla cima. Traccia da sventolare dall’alto. Allora come oggi.
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    Tra i molti, un episodio mi ha scavato dentro e mi ha regalato un “bidoncino” di sapienza.

I primi giorni dopo il trapianto del cipresso, si erano dovuti improvvisare dei turni. In uno dei pomeriggi in cui non c’era nessun volontario, mio figlio, all’ora del tramonto, si era caricato del suo capiente e altrettanto pesante contenitore d’acqua, e su, verso l’albero. Devo dire che questa scena tutte le volte che si ripeteva, suscitava in me una profonda commozione. Pensare che un giovane ventenne, in vacanza dopo un anno di studio trascorso fuori casa, decidesse di salire su, da solo, con l’unico obiettivo di irrigare un alberello a rischio, mi comunicava una tenerezza ed un’urgenza di fermezza non traducibili. Lo osservavo mentre saliva, per un tratto lo seguivo con lo sguardo, poi solo a fatica scorgevo la sua figura e il suo passo veloce.

Un giorno vidi che, poco distante da lui, altre due persone facevano lo stesso percorso. Pensai si trattasse dei suoi amici che, in ritardo, avevano deciso di salire anche loro. Ma vedevo che i due tenevano una strana andatura. Non di chi stava per urlare: “Fraaanceeesco! Aspettaci, che stiamo arrivando”. Pareva che lo seguissero, ma a distanza. Prendo il binocolo. Intravedo più chiaramente due persone che non conosco. Chi sono costoro, a quell’ora, sulla montagna? Timore. Francesco giunge in cima e versa la sua acqua ai piedi dell’albero. Lui non si era accorto di nulla. Dopo qualche secondo giungono i due. Il bidoncino è a terra, ormai svuotato. Vedo che parlano, in modo concitato, ma non qualche parola. Parlano a lungo. Mio figlio fa dei segnali, discute animatamente, afferra il bidoncino, indica la nostra casa. Dopo interminabili minuti, avvisto una stretta di mano e i due iniziano a scendere. Mi tranquillizzo un po’, ma ancora non ho idea di cosa sia avvenuto.

Passo svelto più che mai, mio figlio mi raggiunge, visibilmente sconcertato e insieme divertito. Aveva dovuto faticare molto per far credere ai due addetti alla salvaguardia dei boschi che si trovava in cima per irrigare un malconcio alberello, che lui aveva piantato lì, sulla vetta della montagna, che lui irrigava regolarmente.
Ma vuoi scherzare? cosa vorresti farci credere?! acqua nel bidone? per irrigare un arbusto mezzo secco? ma non potresti trovare una spiegazione meno assurda?!
Del tutto incredule, e poi fortemente deluse, le due guardie forestali, assolutamente certe di aver fatto il colpaccio: proprio davanti a loro il piromane della stagione. E pure col bidoncino in mano...

È innegabile. La realtà è spesso più inimmaginabile della fantasia. Su in montagna, per un albero, nel bidone non puoi averci messo acqua. Benzina sì. È più “normale”!

Come spesso le apparenze sono più convincenti della verità! Ma ciò che è autenticamente vero scava sotterranei percorsi, invisibili come i filoni d’oro, come i fiumi che s’intrecciano nel sottosuolo e lo rendono fecondo. Tracce di ricchezza e vita, segni di possibile vittoria sulla morte. Sussurri di speranza. Come quell’alberello, lì, sulla cima.


Lì sulla cima svetta quel cipresso
nel vento e tra le pietre fa radici.
Dall’alto viene detta, ancora e sempre, la parola dell’impossibile.


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p.s. Ormai da parecchi anni non sono più fisicamente in grado di fare la scarpinata per andare a trovare l'alberello. Quando Francesco e famiglia - e amici, quando sono con noi - salgono sulla cima, li seguo con lo zoom della macchina fotografica, - dovrò ricomprare un binocolo! - e riprovo quell'intenso stupore di sempre, arricchito dalla bellezza della fedeltà.
Vivere è PRENDERSI CURA DI...

* L’alberello è stato piantato dopo l'incendio che ha devastato il Villaggio Montano nel 1994. Oggi ha ventiquattro anni e resiste al vento e alla solitudine, in attesa della visita annuale che continua a ricevere. La foto è di qualche giorno fa, 4 agosto 2019.


* Il testo è stato da me elaborato nel 1998.
Oggi, nel venticinquesimo dell'incendio, ho aggiunto la foto dell'ultima visita della settimana scorsa, da me seguita con la macchina fotografica.

14 marzo 2019

SEMPRE IN CAMMINO MA NON DA SOLA

A cosa può servire la letteratura
se non aiuta a vivere?
Jean Sulivan

Si è concluso ieri, 13 marzo 2019, il nono corso di scrittura promosso dall'associazione Partecipalermo e da me guidato.


Un gruppo numeroso: oltre venti persone che non conoscevo, più una decina di partecipanti a precedenti gruppi, che hanno scelto di partecipare da uditori (ieri parecchi assenti, purtroppo...).  
Attenzione al linguaggio: questo è stato ancora una volta il dinamismo dell'attività proposta, così come sperimentare la scrittura  come strumento privilegiato per fare esperienza del peso delle parole e del ruolo che esse hanno nelle relazioni umane.
Diversi i registri suggeriti e numerose le esercitazioni praticate, elaborate anche attraverso un gruppo facebook, denominato “parole intrecciate che, come sempre, si è rivelato strumento utilissimo per dilatare i nostri tempi di scrittura ben oltre le ore degli incontri previsti e per potere approfondire tematiche e sperimentazioni. E conoscenza non superficiale tra i partecipanti.
Che il linguaggio sia abusato e stantio è risaputo, ma forse è proficuo accrescere la consapevolezza che ciascuno può prendersene cura, ogni giorno, partecipando così ad un recupero del ruolo identitario della parola, che è quello della comunicazione profonda e creativa.
Una scommessa, una possibilità, un impegno. Anche in quest’ambito a ciascuno è dato di poter «fare qualcosa, ciascuno come può e come sa», sperando di contribuire all’umanizzazione dei propri incontri, dialoghi, relazioni…

Abbiamo iniziato il nostro corso il 30 gennaio e all'inizio, in molti, c’era solo il desiderio di scrivere, di migliorare le proprie competenze… Poi pian piano si è cominciato a costituire un gruppo di persone capace di attenzione anche per la scrittura degli altri, interessato a mondi interiori sconosciuti e da esplorare. Abbiamo sperimentato una scrittura non solo e non sempre rinchiusa nella propria storia personale, ma intuita come una finestra su innumerevoli altri ignoti universi…
Già, perché ha consistenza e ci sostiene nel nostro personale cammino solo «solo ciò che germina nel profondo» (Jean Sulivan). E la scrittura consente alla parte viscerale del nostro essere di venir fuori... almeno in parte.
Maturare, attraverso la scrittura, il desiderio e la scelta di non servirsi di parole fotocopiate, logore e anonime, ma avere la consapevolezza e maturare la responsabilità che le nostre parole sono rivolte ad un tu, a tanti tu, a possibili “noi”… e che migliorando le relazioni sociali, possiamo partecipare, nel poco o nel molto, ad un modo nuovo di abitare la nostra città, di dar forma alla nostra personale storia.

Tra le esercitazioni svolte, ho curato la raccolta di brevi racconti elaborati attraverso la contaminazione di brani elaborati da altri “compagni”, così da sollecitare la lettura, il confronto e verificare le connessioni tra le scritture e i loro autori. 
Ho scelto di applicare, in ambito di scrittura, l'importante insegnamento di Manifesta12 che, con il Giardino Planetario, ha risvegliato la  memoria della più profonda identità della nostra città: uno straordinario e millenario spazio di incroci, intrecci e contaminazioni, verificando concretamente come, le connessioni, talvolta faticose perché imprevedibili, possano essere fonte di "visione" e di "creazione" di nuovi ed entusiasmanti percorsi. 
Ho preparato un ebook sfogliabile con i venti testi che sono stati elaborati, ciascuno con un’immagine scelta da ciascuno degli autori, un segno concreto e condivisibile del nostro percorso, dove tutti coloro che lo hanno desiderato hanno avuto il loro spazio e la possibilità di essere protagonisti di una “scrittura partecipata”. Poco importa il risultato, ma è stata una sfida per abbattere l'individualismo, un pericoloso componente della scrittura e, visionando la raccolta, possiamo dire di aver vinto la scommessa e raggiunto l'obiettivo di un percorso insieme personale e condiviso.

Abbiamo concluso il corso con un momento festoso, per sperimentare concretamente che ogni attività, scrittura compresa, deve riguardare tutta la persona, ovviamente con modalità e intensità variegate. Non è mai bene assolutizzare qualcosa, neppure un “bene” come la scrittura.
Un grande grazie pertanto a chi ieri ha contribuito, con semplicità, oltre che con la presenza, anche in modo “materiale”: fiori, torta, contributo per l'associazione, scatti fotografici… e sorrisi!

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A conclusione di questo percorso, il mio grazie a tutti voi che avete partecipato: grazie per l’attenzione dimostrata, per il dono delle vostre parole, delle vostre scritture e della vostra presenza.
Se il corso è stato un’esperienza positiva, questo si è realizzato grazie a ciascuno di voi, perché anche una brava guida, un’insegnante/insognante (pur con un’esperienza mezzo secolare 😊) ben poco può fare senza una classe attenta e diligente come la vostra.

      Col corso abbiamo abbozzato l’inizio di un
per-corso che, mi auguro, possa proseguire con altre e sempre nuove modalità.

Vi abbraccio, tutti e ciascuno, e vi ringrazio per avermi regalato questa nuova indimenticabile SCRITTENZA (scrittura-esperienza, per i non addetti ai lavori... 😊). 
                        malb